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Bello ma... non lo indossi!

25/10/2025

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Bello questo capo ma non esco mai, non ho occasione di metterlo.
Mi piacerebbe essere più ricercata nel vestire ma lavoro da casa e mi vesto in modo comodo e semplice.
Mi piacciono i tacchi ma corro tutto il giorno spostandomi con i mezzi, ho bisogno di stare comoda, così compro solo scarpe basse.
​

Sarà capitato anche a te di dire qualcuna di queste frasi o di ascoltarle conversando tra amiche.
Il rapporto con i vestiti mi affascina proprio perché parlando di loro parliamo di noi, di ciò che ci impegna, delle nostre priorità, teorie, convinzioni.
Quando, in relazione ai vestiti, diciamo che qualcosa ci piacerebbe ma... cosa stiamo realmente dicendo?
Da un lato, dato che i vestiti hanno a che fare con l’aspetto, stiamo affermando che qualcosa ci piacerebbe per la nostra immagine; tuttavia il desiderio di quella tipologia di capo, di accessorio o di stile non è prioritario. Di riflesso, ne consegue che neanche la nostra immagine lo sia: nei diversi esempi la priorità viene data al contesto, alla comodità, alle occasioni d’uso. Non è sbagliato scegliere la comodità o l’adattamento al contesto: il punto è farlo con consapevolezza, non per automatismo o rinuncia.
Dall’altro, se dipendesse da noi faremmo diversamente... ma... e così succede che si opta per una rinuncia, dandosi un limite, contenendosi. A lungo andare, queste micro-rinunce possono generare una lieve incoerenza tra ciò che desideriamo e ciò che mostriamo, come se la nostra immagine restasse un passo indietro rispetto al nostro potenziale.
Di seguito prenderò in analisi una per una le casistiche e  proverò a metterle in discussione con una provocazione perché credo che più che essere fondate su ostacoli reali siano sorrette da credenze limitanti.

Bello questo capo ma non esco mai, non ho occasione di metterlo.
Comprendo che non siamo abituati a vedere paillettes e lustrini al supermercato, in ufficio o di giorno in giro per la strada, e sono anche convinta che gli abiti abbiano delle prevalenti occasioni d’uso. Tuttavia, la frase di sopra mi capita di sentirla di fronte ad abiti che ritengo abbastanza versatili. Spesso, la questione riguarda la collocazione di quell’abito nei propri standard personali.
Se esco poco probabilmente indosserò prevalentemente jeans, maglioni e magari un vestito in raso di viscosa, una giacca, un pantalone palazzo o un maglioncino mohair mi appariranno da occasione speciale.
Ed ecco la provocazione: se invece di pensare che il capo più prezioso abbia necessità di un’occasione speciale per andare in scena, pensassi che il solo fatto di indossarlo perché mi piace, indipendentemente da quello che farò, crea di per sé l’occasione e il senso dell’essere usato?
Non è una legge magica di causa-effetto, ma un cambio di prospettiva: quando ci mostriamo diversi, spesso iniziamo anche a sentirci diversi, più aperti a creare occasioni nuove.
In sintesi: lo indosso perché mi piace, e questo è sufficiente.
A questo posso poi aggiungere esperienze: indossandolo per onorarlo faccio cose che mi piacciono, ad esempio una passeggiata, un caffè in quel posticino che amo, una visita ad un’amica.
I vantaggi che vedo sono numerosi: fare esperienza nell’avere addosso qualcosa di bello e probabilmente di una consistenza diversa dal solito; vedere aspetti nuovi di sé, un’immagine diversa e probabilmente più piacevole; e infine una probabile relazione diversa con gli altri.
Il nuovo capo probabilmente si alleerebbe con altri elementi: un accessorio, un dettaglio che farebbero da amplificatori per l’upgrade dell’immagine e delle occasioni che accadranno.
In definitiva ciò che conta non è la forma del capo ma l’intenzione di sceglierlo come gesto di presenza verso se stessi.

Mi piacerebbe essere più ricercata nel vestire ma lavoro da casa e mi vesto in modo comodo e semplice.
Il fatto di lavorare nella propria abitazione fa sì che il nostro cervello percepisca l’ambiente come informale, perché in casa si sta comodi, in tuta, con le ciabatte, e questa condizione favorisce opinioni e standard su cosa sia opportuno indossare nel perimetro casalingo.
C’è in questa condizione un ulteriore elemento da considerare che riguarda le eventuali relazioni con terzi via call o via Zoom: immagino ad esempio un grafico che può passare intere giornate senza interagire con nessuno; diversamente, un manager potrebbe fare diverse riunioni online. In questi casi, per tarare il proprio dress code, conta anche il luogo in cui si trovano gli altri interlocutori, ma non voglio introdurre troppe variabili.
Ed ecco la provocazione: se invece di pensare al guardaroba in relazione alla coerenza con il contesto lo si immaginasse in relazione alle possibilità che può offrire a sé nello sbizzarrirsi e divertirsi nella scelta e, secondo i principi dell’enclothed cognition, per quanto può offrire per lavorare meglio, in modo più creativo, analitico o empatico a seconda della professione?
Non significa che un abito trasformi la performance lavorativa in modo diretto, ma può modificare la percezione di efficacia personale e l’energia con cui ci si pone nel lavoro.
I vantaggi sono quindi in termini di soddisfazione personale innanzitutto, e a seguire di performance rispetto al proprio settore.

Mi piacciono i tacchi ma corro tutto il giorno spostandomi con i mezzi, ho bisogno di stare comoda, così compro solo scarpe basse.
Questa potrei averla detta io, anzi l’avrò sicuramente detta in qualche occasione. Trovo i tacchi bellissimi e mi piace tantissimo la sensazione di indossarli: mi sento più forte e potente. Tuttavia li trovo davvero scomodi e non li indosso mai, e così mi ritrovo ad essere quasi sempre la più piccola. Credo di averci fatto l’abitudine, ma sarà proprio vero?
L’idea che gli altri si fanno dall’esterno, per una serie di bias, è di fragilità e tenerezza, che può comunque avere i suoi vantaggi.
Ed ecco la provocazione: se invece di pensare alla scomodità, pensassi che indossando i tacchi potrei approfittare per concedermi delle comodità? Anziché i mezzi pubblici, quel giorno se posso prendo l’auto; se non posso, chiedo un passaggio a un collega; oppure inizio ad indossare un tacco-compromesso, non a stiletto quindi, ma una zeppa o un tacco largo.
Anche qui vedo vantaggi: sentirmi più forte, con più fascino, concedermi delle comodità giustificate dal limite della scarpa. E forse scoprire che piccoli cambiamenti nell’abbigliamento possono influire sul modo in cui ci muoviamo nel mondo, non perché gli altri ci vedano diversi, ma perché noi ci percepiamo più intenzionali e presenti.

Per concludere, quello che accomuna le tre casistiche nel cambiamento è il mettersi al centro dando ascolto al proprio piacere nel primo caso, al divertimento nel secondo e alla comodità nell’ultimo.

In fondo, non si tratta di moda né di vanità, ciascuno può usare i propri abiti come linguaggio per ricordarsi di sé, come un piccolo esercizio di presenza quotidiana.
Vestirsi tenendosi in conto non ha a che fare con la vanità, bensì con la vitalità, è un atto simbolico di presenza, di desiderio, di movimento.
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riflessi(oni) allo specchio

28/3/2024

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Ti è mai capitato di provare un capo di abbigliamento in un negozio e davanti allo specchio di quel luogo non trovarti affatto male mentre di fronte allo specchio di casa tua non piacerti più?
Oppure guardarti allo specchio di casa con un certo vestito e piacerti, uscire per andare ad una cena o ad un incontro a cui tenevi e al ritorno a casa o già in quella situazione non piacerti più?
 
In questo articolo vorrei esaminare cosa hanno in comune queste due situazioni e perché questo, secondo me accade.
  • La prima cosa che mi viene in mente e che in tutti e due i casi si è in una situazione di “attesa” di “preparativo” insomma ci guardiamo e immaginiamo come sarà indossare quel capo in una certa occasione, l’effetto che farà sugli altri e su di noi, come ci renderà con le giuste scarpe, trucco, etc. e solitamente questi momenti sono carichi di enfasi, di energia, di aspettative, quindi l’umore è di un tono un po’ più elevato sia per l’elemento “speranza” sia per la risonanza positiva dell’adrenalina dell’euforia del momento che ci porta ad essere più positivi ed incoraggianti.
  • Poi accade che quando percorriamo lo spazio temporale e fisico tra  la prova del vestito in negozio o davanti allo specchio di casa e il momento successivo, nel mezzo succedono delle cose che hanno a che fare con la comparazione sociale e così confrontando il nostro aspetto con gli altri potremmo uscirne insoddisfatti a causa delle oscillazioni del nostro valore tra pubblico e privato
  • Questo punto è strettamente collegato con un altro fattore che è quello dell’autovalutazione critica, vale a dire quel particolare processo mentale attraverso il quale valutiamo e giudichiamo noi stessi e che può essere influenzato da una serie di fattori, come ad esempio:
    • gli standard estetici che ci siamo formati nel tempo a seconda delle conversazioni vissute delle opinioni incontrate in famiglia, a scuola, sul lavoro, con i media;
    • pressione sociale che può farci dubitare di noi;
    • il livello di autostima, le persone con un'alta autostima sono più indulgenti verso di sé e meno preoccupate del giudizio altrui. Le persone con una bassa autostima tendono ad un giudizio più severo verso di sé e temono il giudizio altrui;
    • il livello di autoconsapevolezza, tanto più è elevato tanto più ci porta a notare difetti o imperfezioni.
 
Come uscire allora da questo impasse legato alla percezione di sé, possiamo lavorare sul versante stile e sul versante autostima.
Per quanto riguarda lo stile, il riferimento è:
  • al proprio guardaroba: scegliendo i capi  che riflettano chi siamo e ci facciano sentire a nostro agio;
  • beauty routine: prendendosi cura di sé, dall’hair care alla skin care, facendosi, se necessario, guidare da professionisti del settore;
  • esercizio fisico: svolto in modo regolare contribuisce a lavorare sul corpo con effetti benefici anche sulla postura e sulla mente.
Per quanto riguarda l’autostima il riferimento è:
  • all'accrescere la consapevolezza da un lato delle proprie risorse, abbassando il volume della critica negativa, dall’altro delle proprie insicurezze, facendo focus su cosa ci rende insicuri
  • fare esperienza di strategie di coping prendendo spunto da cosa funziona per altri, relativizzando i propri giudizi negativi, praticando la gratitudine per ciò che abbiamo.

A te scegliere da dove iniziare!
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ConversAzioni allo specchio

27/3/2021

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Ho inaugurato il ciclo "ConversAzioni" con quelle davanti al guardaroba (che trovi qui ConversAzioni) e da qui proseguo con quelle davanti allo specchio. Ti sei mai chiesta con quali conversazioni ti guardi allo specchio?
Prova a fare questo esperimento: mettiti davanti allo specchio e ascolta la conversazione che arriva e poi confrontala con quelle che ti propongo di sotto.
Si tratta di queste:
- Sono uno schianto.
- Sto che è una favola.
- Questo colore mi dona proprio.
Oppure di queste:
- Sono sempre così disordinata.
- Sono un disastro.
- Con questo colore non mi si può guardare.
Sappiamo bene che le parole sono generative, e noi siamo esseri linguistici, la qualità della nostra vita e del nostro benessere dipende da come ce la raccontiamo.
Dal pensiero, alla parola, al rilascio di neurotrasmettitori, questa è la sequenza che può portarci a stati d’animo piacevoli e sentimenti di sicurezza verso noi stessi o al contrario stati d’animo di malessere e senso di insicurezza.
Vale la pena davanti allo specchio allenarsi a buone “ConversAzioni”, come fare?
Prendiamole una ad una e analizziamole insieme.

Sono sempre così disordinata
Mi sembra un po’ esagerato usare il “sempre”, tecnicamente vuol dire usare un “quantificatore” che ha la funzione di dare un'informazione su quanto è grande l'estensione di un’affermazione.  "Sempre" non è un quantificatore realistico e soprattutto “sempre così” è una generalizzazione, possiamo allora porci qualche domanda che vada a relativizzare, del tipo:
- Sempre, sempre? In cosa sono disordinata?
  •  Quando indosso abiti stropicciati, mi sento disordinata.
  •  Quando mi metto più più strati addosso mi sento disordinata.
  •  Quando non uso certi prodotti per i capelli mi vedo disordinata.
Cosa è cambiato?
Ho relativizzato esplicitando condizioni e comportamenti specifici e ho sostituito il “sono” con il pensiero di come mi sento o con la descrizione di come mi vedo.
In questo modo il mio umore sarà forse più lieve e mi offro la possibilità di agire in modo diverso, ad esempio stirando i miei abiti, limitando il numero di strati che indosso e motivandomi a usare certi prodotti per i capelli, mente nella prima frase lo spazio di fare azioni diverse era annullato sia per la mancanza di suggerimenti sia per lo stato emotivo.
 
Sono un disastro
Anche qui stiamo ragionando sull’essere e abbiamo visto nel precedente caso che riferirci al nostro essere con generalizzazioni, se negative, è dannoso. Allora scendiamo nel particolare, chiedendoci:

- Cosa me lo fa dire (la pettinatura, il trucco, l’abito)?
  • Le occhiaie sotto gli occhi mi danno l’aria stanca.
Cosa è cambiato?
Scendere nello specifico mi ha permesso di individuare che, per me, sono le occhiaie a farmi vedermi così, mi fa passare dal pensare di essere “un disastro” al fatto che quando mi vedo con l'aria stanca non mi piaccio e così potrò fare qualcosa per prendermi cura di quella stanchezza.

Con questo colore non mi si può guardare
Anche qui stiamo generalizzando un po’, colore è vago, sappiamo che ci sono moltissime sfumature, possiamo quindi impegnarci ed essere un po’ più precise
- 
Quale tonalità? Tutte di quel colore? Ci sono capi che di quel colore mi stanno bene?
  • Con maglie di questa tonalità vedo spento il colorito.
Cosa è cambiato?
Ho individuato che il problema per me non è il colore tout court ma una certa tonalità, e che la questione riguarda il colorito spento, potrò così dare una possibilità a quel colore provando altre sfumature o archiviare la questione con il fatto che quella sfumatura spegne il mio colorito.

Possiamo concludere che buone strategie per le nostre ConversAzioni allo specchio siano:
  • non generalizzare attribuendo a tutto il nostro essere considerazioni che a ben guardare riguardano solo alcune sfere,
  • indagare il nostro pensiero chiedendoci “cosa me lo fa dire”, “quando”, “in che modo”, etc.,
  • riformulare nella modalità più specifica e precisa.
In questo modo avremo conversazioni più gentili, che hanno buone possibilità di produrre via, via pensieri più gentili, stati d’animo più sereni e maggiore autostima e senso di piacere verso noi stesse.  
 
Se vuoi approfondire il tema trovi alcuni articoli del Blog nella categoria Pensiero E Linguaggio
Ah e per il colore il servizio Dai Forma e Colore al tuo stile prevede la pillola colore che puoi trovare qui
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Non mi rappresentano ma non riesco a liberarmene!

11/2/2021

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Nel mio guardaroba ho degli abiti che non mi rappresentano eppure faccio fatica a separarmene, proprio non ci riesco….

Questa è un'altra conversazione (dopo quella già vista qui) che mi è capitato di sentire più volte e ritengo che meriti una riflessione perché ciò che indossiamo è una parte importante della nostra identità, e se ci rendiamo conto che non ci corrisponde questo scollamento può diventare causa di frustrazione e malessere.
 
Partiamo dall’analizzare la dinamica alla luce di un assunto: quando indossiamo un determinato vestito e abbiamo una forte e consolidata credenza nel suo messaggio simbolico questo ci influenza nel comportamento e nell’umore.
Questo capita sia che l’abito sia nuovo (ho acquistato un vestito a pois che mi mette allegria solo a guardarlo, lo indosso e mi sento proprio così), sia che si tratti di un vecchio vestito che mi ha accompagnato in mille situazioni felici (questo per me è l’abito dello stare bene).
Questo fenomeno ce lo spiegano l’enclothed cognition e il concetto psicologico di “essenzialismo”, vale a dire un particolare modo di processare le informazioni che ci porta a identificare, in questo caso gli oggetti, con un’essenza sottostante che li influenza.
 
Alla luce di questi concetti si inizia a comprendere perché può esserci questa fatica a separarci da alcuni vestiti a cui siamo affezionati perché non soltanto ci ricordano bei momenti, ci ricordano persone e affetti importanti, ci ricordano parti di noi che riguardano il passato (es. quando portavo la taglia, quando lavoravo in... quando frequentavo il tal posto…) ma in essi riponiamo la forte convinzione che… ci permettano nuovi momenti felici, cia facciano sentire più vicino il tal affetto o ci permettono di riappropriarci di parti di noi che diversamente sentiremmo perdute.
A fare da collante tra noi e gli abiti c’è quindi da un lato l’essenza dell’oggetto e dall’altro il sentimento, che in alcuni casi è un sentimento di gioia e felicità, in altri è un misto di malinconia e speranza per quanto non c’è più nel nostro presente e ci si augura ritorni per il futuro, in altri potrebbe trattarsi di un senso di colpa  per non aver sfruttato abbastanza il tal vestito magari anche molto costoso o per il fatto che dato che mi è stato regalato da… mi sento in colpa a non tenerlo/indossarlo o mi sento in dovere di tenerlo/indossarlo.
 
Ad arricchire la questione secondo me c’è poi il fatto che in alcuni casi gli abiti di cui non riusciamo a disfarci li teniamo solo nel guardaroba senza indossarli, in questo modo occupano spazio nell’armadio ma magari non coprono la nostra personalità che sarà vestita da altri abiti, in altri casi pur ritenendoli non adatti li indossiamo lo stesso proprio per quel senso del dovere/di colpa che ci lega e in questo modo magari il nostro armadio è semi deserto e rischia di esserlo anche la nostra persona.
 
Dunque per riassumere, la questione “vestiti che non mi rappresentano” secondo me può riguardare armadi pieni e armadi scarni, sentimenti piacevoli e spiacevoli, conservare e indossare.

A questo punto, se ti ritrovi in queste parole, scendiamo nel pratico calando la teoria nel tuo guardaroba per realizzare una ConversAzione ovvero un cambiamento verso una nuova modalità di agire :
  • Seleziona i vestiti che ritieni non essere più rappresentativi di te e dai quali pensi e senti di non riuscire a separartene e vorresti farlo.
  • Individua il sentimento che fa da collante per ciascuno e che ti ostacola nel lasciarlo andare (es. mi dà tristezza perché mi sento in colpa dato che l’ho messo una volta sola, mi sento frustrata perché penso di essere in dovere di usarlo dato che me l’ha regalato …, mi dà gioia e mi mette allegria, etc.)
  • Dividi i vestiti in due gruppi, da un lato quelli che ti evocano sensazioni piacevoli, che chiameremo “top” dall’altro quelli che evocano sensazioni spiacevoli, che chiameremo “down”
  • Parti dal gruppo “top”, individua per ciascuno il messaggio/credenza che ci associ (es. è un porta fortuna, è un ricordo di …. quando lo indosso mi sento…., etc.).
    • Se sei solita indossarli chiediti se sono ancora in buono stato o se hanno bisogno di un restyle o di essere sostituiti con altri capi che possano assolvere la stessa funzione.
    • Se invece sono inutilizzati da diverso tempo chiediti se il loro valore giustifica il fatto di tenerli inutilizzati nel tuo guardaroba, potrebbe ad esempio essere un’alternativa sostituirli con altri oggetti che abbiano la stessa funzione (es. se “è un ricordo di” potresti arricchire le foto della persona in questione o se “è un porta fortuna” potrebbe esserci un altro oggetto che assolve quella funzione o potresti trasformarlo in modo da mantenere quell’associazione e continuare a usarlo). Nel caso decidessi che il valore ne giustifichi il mantenimento valuta di conservarli in un luogo separato dal tuo armadio perché dal mio punto di vista si tratta di oggetti che hanno perso la loro funzione di “vestito”, in questo modo avrai più spazio per inserire abiti che ti rappresentino.
  • Passa ora al gruppo “down”, questi abbiamo detto essere vestiti che non ti fanno sentire bene, secondo me richiedono un atto coraggioso di distacco emotivo e questo distacco passa anche dalla separazione fisica, hai presente il detto “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Se il tuo guardaroba te lo consente, perché hai anche altri abiti che invece ti piacciono, togli tutti quelli di questo gruppo, se invece il tuo guardaroba è quasi esclusivamente composto da questo gruppo parti da una selezione più piccola, separando quelli che maggiormente senti distanti da te calibrando la possibilità di acquistare una piccola capsule di abiti nuovi, e procedendo in modo graduale nella sostituzione. Per la scelta degli abiti che inserirai, trovi qui qualche riflessione su come osservarti durante lo shopping. Quanto agli abiti che decidi di non usare più, in prima battuta puoi semplicemente metterli in un altro luogo (scatolone che potrai riporre in una soffitta o cantina), quando sarai pronta potrai decidere a seconda delle loro condizioni se inserirli nel circuito del second hand, donarli, scambiarli, o altre soluzioni ancora.
 
Spero che la consapevolezza sul funzionamento della dinamica del “non riesco a separarmi” ti sia di aiuto per accompagnare il tuo distacco e far così spazio a nuove forme e colori che ti rappresentino e che ti rendano appagata e felice.
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NIENTE DA METTERE!

21/12/2020

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​Niente da mettere! Ecco una conversazione frequente davanti al proprio guardaroba.
E per quanto mi riguarda un negozio pieno di vestiti e la sensazione in alcune occasioni di non avere niente da mettere, sembra pazzesco eppure è così! Un tempo era una un vissuto che sperimentavo maggiormente, certo non avevo il negozio 😅ma non dipendeva dalla quantità di abiti del mio guardaroba, oggi mi capita raramente, quando mi trovo impegnata in una situazione nuova. Ho capito che quello che si attivava un tempo e ora di tanto in tanto ha a che fare con una credenza antica, quella del "non sono come dovrei/non sono abbastanza". Come agisce questa credenza? Porta a vedere le mancanze e in fatto di abbigliamento a elencare una serie di: "questo non è abbastanza elegante, formale, originale...". Sotto l'influsso di questa convinzione diventiamo severi giudici di noi stessi. Trovo che quando questa credenza si rivolge all''aspetto diventi poi particolarmente insidiosa perché l'immagine è proprio lì, visibile come risultato delle presunte mancanze. PersonAtelier ha molto a che fare con questa mia credenza, tanto che ho voluto orientare la psicologia verso l'abbigliamento per farne qualcosa di utile, per me innanzitutto e per chi trova delle assonanze con questo sentire.
Come cambiare questa conversazione? E creare quindi un cambiamento, mi piace pensare che la parola diventi "ConversAzione", convergendo quindi in una nuova azione. Bhè per farlo per me vale da dentro a fuori e anche viceversa.  Da dentro a fuori è il modo con cui ho più dimestichezza, vale a dire lavorando con i pensieri e con le conversazioni, esplorando la convinzione: abbastanza cosa vuol dire? abbastanza per chi? in cosa non sarei abbastanza?.... vedendola con nuovi punti di vista, sospendendo il giudizio per arrivare ad un sono come sono e mi va bene. Si tratta qui di un lavoro di ridefinizione della convinzione in modo che con una nuova credenza, non più limitante, si possa stare meglio. Da fuori a dentro è il modo che oggi mi diverte di più, qui si parte da un lavoro sull'immagine, trovando colori e forme donanti, sperimentando nuovi abbinamenti, comprendendo come i vestiti possano "completarci" a livello simbolico per arrivare ad un nuovo atteggiamento verso la propria immagine, più che ad una nuova immagine, che poi questo succede comunque ma non è il fine!
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Cosa mi metto

5/12/2020

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È la conversazione che abbiamo davanti al guardaroba più o meno tutti i giorni, ma hai mai fatto caso a quale sia la punteggiatura che segue?
Si tratta di un "? pratico" del tipo... "vediamo un po'....cosa mi metto oggi? Qui  mi pare si tratti di esplorare il campo delle possibilità, per arrivare ad una scelta comoda e pragmatica. Una situazione neutra alla quale si collega uno stato d'animo sereno, il tempo di dare un'occhiata agli abiti, senza spendere troppo tempo, a cui probabilmente segue un: "Questo andrà bene".
Oppure si tratta di un "? inquieto" del tipo "vediamo, cosa, cosa, COSA mi metto oggi?" Questi "cosa" lasciano trasparire del nervosismo, i capi lì a disposizione sembrano non essere "giusti" per un motivo o per l'altro. A questa situazione probabilmente si collega uno stato d'animo deluso per le mancanze percepite.
Oppure si tratta di un "? vivace" del tipo "Uh, vediamo, vediamo, vediamo oggi cosa mi metto?" Qui il "?" è quasi retorico sarebbe già un "!" Qui si tratta di selezionare ciò che nell'armadio corrisponde al sentire del momento, lo stato d'animo è gioioso, quasi esaltato, gli abiti di questo guardaroba vanno tutti bene, il contesto probabilmente modulerà la scelta.
O ancora si tratta di un "Oggi mi metto:" qui la domanda è superflua, in questo scenario probabilmente lo so già dal giorno prima cosa metterò, si tratta di aver chiaro chi si è, la propria stoffa e poi è solo questione di esibirla. Lo stato d'animo è grintoso, c'è sicurezza e piacere nell'indossare i bei capi del proprio guardaroba.

Queste 4 modalità le metto in relazione alle 4 Stagioni Interne: il pragmatismo dell'Autunno, l'inquietudine dell'Inverno, la gioiosità della Primavera e la sicurezza dell'Estate.
Naturalmente numerose sfumature ci sono tra le pieghe delle Stagioni, dei periodi, delle fasi di vita. Quindi al di là dell'esito credo sia importante porre attenzione alla punteggiatura emotiva dei nostri dialoghi, anche verso il guardaroba, considerando che cambiare è sempre possibile: parola di un'inquieta d.o.c. ;-)
E poi un aiuto in questo senso lo offre il servizio Dai Forma e Colore al tuo Stile ®  nel caso volessi regalarlo o regalartelo lo trovi qui.
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