La ricerca ha coinvolto, tramite un sondaggio online, 5.643 utenti e potenziali clienti di Vestiaire Collective in Francia, Italia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti, a cui sono seguiti degli audit direttamente a casa dei partecipanti in modo da confrontare le dimensioni del guardaroba percepito e reale.
Ed ecco quello che è emerso: l'84% dei partecipanti ha dichiarato di aver vissuto la sensazione del "non ho niente da mettere". Nella quasi totalità dei casi la conseguenza è stata l’acquisto di nuovi capi.
Il fenomeno è risultato particolarmente presente nella Gen Z dove la percentuale sale al 94%.
Per quanto riguarda il gap tra guardaroba percepito e reale, in media i partecipanti hanno sottostimato le dimensioni del proprio guardaroba del 40%, un 25% ammette di dimenticare l’esistenza di certi pezzi e solo il 15% ha dichiarato di indossare regolarmente ciò che possiede.
La ricerca riporta come motivazione alla base di questo fenomeno la disconnessione emotiva dal proprio guardaroba che tutt'altro che vuoto è composto da capi che sentiamo non essere più rappresentativi di chi siamo spingendoci a nuovi acquisti.
Ho più volte riflettuto e scritto sul tema arrivando ad una conclusione analoga: se dico sistematicamente che non ho niente da mettere il punto non possono essere i vestiti, ma la rappresentazione del mio sé e per me il punto è sempre stato capire di quale sé si trattasse, di quello reale, ideale o normativo?
Vale a dire mi mancano i vestiti che mi rappresentano per chi sono, come mi vedo, quello che faccio? O per chi vorrei essere o penso di dover essere? E ancora i vestiti che ho nell'armadio quale parte di me rappresentano?
A seconda del sé in questione la situazione ha sfumature differenti, ma in questa sede non è questo aspetto che voglio riprendere; grazie alla ricerca e ad una mia esperienza personale di questo inverno il mio punto di vista si è allargato, provo a spiegarlo qui di seguito.
Quest'anno in negozio l'inverno mi è sembrato più freddo del solito, nonostante il riscaldamento sempre acceso, e mi sono costruita un guardaroba pieno di dolcevita, e di maglie da usare a strati, lasciando andare altre maglie più leggere e a girocollo, in quel momento le dolcevita mi sembravano la risposta giusta, e lo sono state per mesi. Ora aprendo il cassetto del mio guardaroba vedo solo due opzioni: maglie troppo pesanti per la temperatura di oggi, o maglie più leggere che andavano bene come strati ma ora mi lasciano insoddisfatta nell'estetica. Il risultato è che ogni mattina ho la sensazione di non avere niente da mettere. Ma i vestiti ci sono, erano giusti fino a poco tempo fa, solo che ora non è più il loro momento giusto.
Tutto questo mi ha fatto ripensare al punto di partenza: il "non ho niente da mettere" è mi sono chiesta se sia davvero sempre un “problema” dovuto alla discrepanza tra i sé o alla disconnessione emotiva dai propri vestiti o se forse potremmo invece considerare come un fatto molto normale perché è normale fluttuare da una rappresentazione ad un’altra di noi, da un bisogno all’altro. Nel mio caso il meccanismo è stato più concreto e visibile, avevo freddo, ho scelto come capo elettivo il dolcevita perché mi piace molto, certo sono stata un po’ precipitosa nel lasciar posto prevalentemente a quei capi, come se quella fosse la direzione definitiva, a distanza di pochi mesi ho capito che non lo era.
Fluttuiamo, e a volte lo facciamo rapidamente, spinti dalla moda, dalle persone che abbiamo intorno, dal contesto, dal corpo, dalla temperatura, accettarlo cambia tutto. In questa prospettiva il "non ho niente da mettere" smette di essere una mancanza totale e definitiva e diventa transitoria e la transizione, per definizione, passa.
Allora forse il punto non è come riempire quel vuoto, che di solito, come dimostra la ricerca, avviene con l’acquisto di nuovi capi, ma come tenerlo aperto il tempo necessario senza svuotare l'armadio e senza riempirlo di cose che tra sei mesi potremmo guardare con lo stesso senso di estraneità.
La soluzione che mi sono immaginata è una sorta di area di transito, uno spazio mentale prima ancora che fisico, in cui sostare senza fretta, accogliendo nuovi bisogni e rappresentazioni emergenti dandogli attenzione e cercando risposte piccole per cominciare, sempre nel mio caso, uno o due capi nuovi erano sufficienti, prima di riorganizzare tutto intorno a chi pensiamo di essere adesso.
Il “non ho niente da mettere” può diventare “niente ma solo per ora”, perché in realtà si tratta di un
“ho molto, non tutto mi serve adesso” in questo modo possiamo chiederci: di quello che ho cosa mi rappresenta, cosa mi serve? Cosa mi ha rappresentato e potrebbe rappresentarmi ancora? Cosa non mi ha mai convinto? Cosa mi manca oggi?
In questo modo diventa più semplice compiere azioni mirate: riporre in altro luogo quello che potrebbe tornare utile, donare o vendere quello che non mi ha mai convinto, acquistare, poco, di quello che mi manca.
Lo spostamento dal “niente” al “molto ma non tutto per adesso” consente di relativizzare, di tenere insieme chi sono, chi sono stata, chi sarò e magari chi tornerò ad essere, perché se è vero che “tutto torna” forse vale anche per noi.
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