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I riservati

19/3/2026

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In negozio ci sono diversi tipi di vestiti: quelli estroversi, colorati, fantasiosi che si fanno prendere subito in mano, quelli che per guardarli devi scostare il vicino, devi toccarli per capire bene di che stoffa sono fatti, e poi ci sono loro, quelli che stanno composti, non cercano attenzione ma sono molto affidabili bisogna indossarli per apprezzarli, di solito poi chi li prova ne constata il valore.
Così ho deciso di fare una cosa: dar loro una piccola spinta, un momento tutto loro, attraverso un programma che si chiama "I Riservati",  e il nome fa doppio lavoro, perché questi capi sono riservati di carattere, ma anche riservati a te, se passi nel momento giusto in negozio o se ti iscrivi al programma.
Funziona così: ogni tanto seleziono qualcuno di loro, gli costruisco una piccola passeRELLA, sono scontati e disponibili per chi passa in negozio, ma se sei iscritta al programma li vedi prima e posso tenerli da parte per farteli provare
Loro ti aspettano, ma hanno una scadenza perché poi ritornano al loro posto, al solito prezzo.
Se vuoi riceverli sul tuo smartphone iscriviti alla lista broadcast qui

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Niente da mettere ma solo per ora

21/2/2026

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È di questi giorni uno studio di Vestiaire Collettive in collaborazione con WRÅD che esamina il fenomeno del "Niente da mettere".
La ricerca ha coinvolto, tramite un sondaggio online, 5.643 utenti e potenziali clienti di Vestiaire Collective in Francia, Italia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti, a cui sono seguiti degli audit direttamente a casa dei partecipanti in modo da confrontare le dimensioni del guardaroba percepito e reale.
Ed ecco quello che è emerso: l'84% dei partecipanti ha dichiarato di aver vissuto la sensazione del "non ho niente da mettere". Nella quasi totalità dei casi la conseguenza è stata l’acquisto di nuovi capi.
Il fenomeno è risultato particolarmente presente nella Gen Z dove la percentuale sale al 94%.
Per quanto riguarda il gap tra guardaroba percepito e reale, in media i partecipanti hanno sottostimato le dimensioni del proprio guardaroba del 40%, un 25% ammette di dimenticare l’esistenza di certi pezzi e solo il 15% ha dichiarato di indossare regolarmente ciò che possiede.
 
La ricerca riporta come motivazione alla base di questo fenomeno la disconnessione emotiva dal proprio guardaroba che tutt'altro che vuoto è composto da capi che sentiamo non essere più rappresentativi di chi siamo spingendoci a nuovi acquisti. 
Ho più volte riflettuto e scritto sul tema arrivando ad una conclusione analoga: se dico sistematicamente che non ho niente da mettere il punto non possono essere i vestiti, ma la rappresentazione del mio sé e per me il punto è sempre stato capire di quale sé si trattasse, di quello reale, ideale o normativo? 
Vale a dire mi mancano i vestiti che mi rappresentano per chi sono, come mi vedo, quello che faccio? O per chi vorrei essere o penso di dover essere? E ancora i vestiti che ho nell'armadio quale parte di me rappresentano? 
A seconda del sé in questione la situazione ha sfumature differenti, ma in questa sede non è questo aspetto che voglio riprendere; grazie alla ricerca e ad una mia esperienza personale di questo inverno il mio punto di vista si è allargato, provo a spiegarlo qui di seguito.
 
Quest'anno in negozio l'inverno mi è sembrato più freddo del solito, nonostante il riscaldamento sempre acceso, e mi sono costruita un guardaroba pieno di dolcevita, e di maglie da usare a strati, lasciando andare altre maglie più leggere e a girocollo,  in quel momento le dolcevita mi sembravano la risposta giusta, e lo sono state per mesi. Ora aprendo il cassetto del mio guardaroba vedo solo due opzioni: maglie troppo pesanti per la temperatura di oggi, o maglie più leggere che andavano bene come strati ma ora mi lasciano insoddisfatta nell'estetica. Il risultato è che ogni mattina ho la sensazione di non avere niente da mettere. Ma i vestiti ci sono, erano giusti fino a poco tempo fa, solo che ora non è più il loro momento giusto.
 
Tutto questo mi ha fatto ripensare al punto di partenza: il "non ho niente da mettere" è mi sono chiesta se sia davvero sempre un “problema” dovuto alla discrepanza tra i sé o alla disconnessione emotiva dai propri vestiti o se forse potremmo invece considerare come un fatto molto normale perché è normale fluttuare da una rappresentazione ad un’altra di noi, da un bisogno all’altro. Nel mio caso il meccanismo è stato più concreto e visibile, avevo freddo, ho scelto come capo elettivo il dolcevita perché mi piace molto, certo sono stata un po’ precipitosa nel lasciar posto prevalentemente a quei capi, come se quella fosse la direzione definitiva, a distanza di pochi mesi ho capito che non lo era.
Fluttuiamo, e a volte lo facciamo rapidamente, spinti dalla moda, dalle persone che abbiamo intorno, dal contesto, dal corpo, dalla temperatura, accettarlo cambia tutto. In questa prospettiva il "non ho niente da mettere" smette di essere una mancanza totale e definitiva e diventa transitoria e la transizione, per definizione, passa.
Allora forse il punto non è come riempire quel vuoto, che di solito, come dimostra la ricerca, avviene con l’acquisto di nuovi capi, ma come tenerlo aperto il tempo necessario senza svuotare l'armadio e senza riempirlo di cose che tra sei mesi potremmo guardare con lo stesso senso di estraneità.
La soluzione che mi sono immaginata è una sorta di area di transito, uno spazio mentale prima ancora che fisico,  in cui sostare senza fretta, accogliendo nuovi bisogni e rappresentazioni emergenti dandogli attenzione e cercando risposte piccole per cominciare, sempre nel mio caso, uno o due capi nuovi erano sufficienti, prima di riorganizzare tutto intorno a chi pensiamo di essere adesso.
Il “non ho niente da mettere” può diventare “niente ma solo per ora”, perché in realtà si tratta di un
“ho molto, non tutto mi serve adesso” in questo modo possiamo chiederci: di quello che ho cosa mi rappresenta, cosa mi serve? Cosa mi ha rappresentato e potrebbe rappresentarmi ancora? Cosa non mi ha mai convinto? Cosa mi manca oggi?
In questo modo diventa più semplice compiere azioni mirate: riporre in altro luogo quello che potrebbe tornare utile, donare o vendere quello che non mi ha mai convinto, acquistare, poco, di quello che mi manca.
Lo spostamento dal “niente” al “molto ma non tutto per adesso” consente di relativizzare, di tenere insieme chi sono, chi sono stata, chi sarò e magari chi tornerò ad essere, perché se è vero che “tutto torna” forse vale anche per noi.

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Saldi: eh sì, anche qui c’è della psicologia

21/1/2026

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Ogni anno tornano i saldi. Un momento che spesso associamo alla corsa all’affare, alla fretta, alla sensazione di dover prendere qualcosa prima che finisca.
Mi è sempre sembrata un po’ bizzarra l’idea di avere prezzi molto alti per poi abbassarli drasticamente. Perché durante i saldi non voglio svendere: mi interessa offrire senso.
Nella mia idea di proposta c’è da sempre il desiderio di offrire in modo continuativo la possibilità di acquistare a un prezzo che ritengo sostenibile. Succede spesso che, dai fornitori, trovi pezzi che amerei inserire nell’offerta del negozio, ma che io stessa finisco per “mettere in attesa”, aspettando il momento dei saldi per poterli proporre a quello che, per me, è un prezzo giusto.
È un paradosso interessante, che dice molto di come il concetto di saldo influenzi non solo chi acquista, ma anche chi sceglie cosa proporre.
Da sempre, nella mia filosofia, c’è la ricerca di valore. Un valore che non è solo economico, ma simbolico e identitario.
Per questo mi piace pensare a questo periodo come a un’occasione di ricognizione del guardaroba: un momento per rimettere mano alla propria immagine, per osservare ciò che c’è, ciò che manca e ciò che non rappresenta più chi siamo oggi.
Non è un caso che, proprio nello stesso periodo, in PersonAtelier organizzo anche uno swap party.
Paradossalmente, durante i saldi in negozio non c’è “di meno”, ma di più.
In termini quantitativi ci sono meno pezzi, meno taglie. Ma in termini qualitativi c’è più varietà, più completezza. So bene che questo approccio non può accontentare tutti i tipi di clientela. Ma credo che crei le condizioni per fare buoni acquisti: non perché il prezzo sia sceso vertiginosamente, ma perché i pezzi proposti sono nuovi, pensati e scelti con consapevolezza.
Ecco, quando li guardo così, i saldi mi piacciono di più.
Diventano un momento di allineamento, un tempo per fare il punto su ciò che si ha e su ciò che manca davvero. Un’occasione per costruire un guardaroba che non segue il prezzo, ma il significato.

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Dettagli di stile

29/12/2025

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Da tempo rifletto su quali siano gli elementi dell’immagine personale che raccontano maggiormente la verità su chi li indossa e quali, invece, siano più ingannevoli.
La mia curiosità sta nel capire se, nelle scelte vestimentarie, esistano indizi che riescono a raccontarci più di altri, proprio perché sfuggono alle logiche del camuffamento. Alcuni spunti mi sono arrivati in modo serendipitoso ascoltando un podcast dedicato, appunto, alla serendipità.
La cosa mi ha colpita perché, nella puntata che stavo ascoltando, viene citata una frase celebre di Pasteur: “Il caso favorisce la mente preparata”. Senza addentrarmi troppo nel significato della citazione, il punto è che affinché il caso si trasformi in scoperta deve esistere un terreno fertile: studio, ipotesi, aspettative, una struttura che consenta di riconoscere ciò che è incongruente e dunque potenzialmente rivelatore.
Nel mio caso, mentre ascoltavo un podcast su un tema di mio interesse che apparentemente non aveva nulla a che fare con la questione della verità nell’abbigliamento, ho colto una similitudine inattesa: un parallelismo tra un metodo di attribuzione delle opere d’arte e la lettura dell’immagine personale. È curioso che, parlando di serendipità, si verifichi proprio un episodio di serendipità.
Il metodo di cui si parlava è quello messo a punto da Giovanni Morelli, medico dell’Ottocento, che applicò il rigore scientifico all’indagine artistica. Morelli sosteneva che la mano di un artista non si riconoscesse negli elementi più evidenti dell’opera, ma in dettagli apparentemente trascurabili, marginali rispetto alla composizione complessiva, che sfuggivano sia all’intenzione consapevole dell’artista sia all’attenzione dei falsari.
Questi dettagli rientravano principalmente in tre categorie.
I motivi-sigla, o cifre morelliane, erano particolari anatomici (come la forma delle orecchie o delle dita) che ogni artista tendeva a riprodurre in modo ricorrente e automatizzato.
Le pose e gli atteggiamenti riguardavano gesti, espressioni e disposizioni del corpo che ritornavano nelle opere.
Le maniere abituali, infine, erano dettagli ricorrenti inseriti senza consapevolezza, spesso come proiezioni di parti profonde di sé.
Morelli, in sostanza, aveva elaborato un metodo per leggere la verità di un’opera. E mi chiedo quanto questo metodo possa essere applicabile anche alla lettura della verità di un’immagine personale, quanto possa aiutarci a capire se l’apparenza corrisponde alla sostanza o se, al contrario, la maschera finisca per depistarci.
A questo punto si aprono diversi interessanti interrogativi: può questo metodo aiutarci a leggere gli elementi di verità e di inganno nell'immagine personale? E quindi usare il metodo per leggere anziché la verità di un'opera la verità di un'immagine? E se sì, quali potrebbero essere i corrispettivi dei motivi sigla, delle pose e atteggiamenti e delle maniere abituali?
Se applichiamo il metodo all’immagine personale il focus non è tanto la costruzione del personaggio o l’inganno consapevole, bensì quello che rimane fuori dal controllo mentre ci si sta preparando, inoltre per applicare questo metodo occorre presupporre che l’immagine personale sia fatta, oltre che di atti intenzionali anche di automatismi, ripetizioni, zone cieche.
Ed ecco allora che i motivi sigla, i dettagli minori e ripetitivi  potrebbero ad esempio essere il modo in cui una persona indossa certi capi o sceglie certi dettagli (maniche arrotolate sempre nello stesso modo, scolli di un certo tipo, lunghezze preferite, etc.). Si tratta di elementi che non sono di stile ma di abitudine. Questi dettagli risultano irrilevanti per la persona, quasi non se ne accorge, qui non si mente perché non si ha nemmeno la sensazione di stare dicendo qualcosa.  Anche scelte apparentemente neutre, come scarpe sempre molto vissute abbinate a outfit curati, possono funzionare come indizi, non affermazioni intenzionali, ma residui di un modo di stare nel mondo.
Quanto alle pose e agli atteggiamenti non c’è bisogno di trovare analogie la traduzione è letterale, oltre all’abbigliamento un campo di osservazione utile è quello della comunicazione non verbale, la postura, i gesti, le espressioni del viso.
Le maniere abituali sono le ripetizioni inconsce nel tempo. Hanno a che fare con la continuità, la persistenza, quello che resiste e ritorna anche quando c’è un cambiamento nello stile, quello che riemerge e sopravvive, quello che non si riesce ad evitare, ad esempio un colore che ritorna, un capo che fa da copertina di Linus, un elemento che viene descritto come un mai senza.
Fino a qui è un bell’esercizio teorico e potrebbe anche funzionare ma  l’opera non è una persona. E il rischio nell’applicare questo metodo all’immagine personale è quello di scambiare degli indizi per un’identità, e di osservare anziché per comprendere per definire, incasellare, etichettare.
Inoltre non è detto che l’involontario sia realmente autentico, alcuni automatismi per noi sono spesso difese, contengono tracce di traumi inoltre chi osserva porta a sua volta, le proprie difese e i propri bias, l’osservazione non è mai un atto neutrale.

A questo punto la domanda più interessante non è più si può o non si può usare il metodo, ma a che fine e per chi.
Lascio qui una serie di domande che aiutano a valutare, di volta in volta, se un’analisi di questo tipo abbia un’utilità ecologica: se produca cioè valore per noi, per l’altro e per il contesto in cui si inserisce. Serve a capire meglio chi ho di fronte? Può essere uno strumento di autoanalisi capace di aumentare la consapevolezza di sé? Può accompagnare, anziché forzare, un processo di cambiamento personale?

Questa riflessione nasce ascoltando il podcast “Serendipity” di Lucy sui mondi, in particolare una puntata dedicata all’ecologia della serendipità e all’idea che il caso favorisca la mente preparata.



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Va' dove ti portano i vestiti

27/11/2025

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Senza accorgercene, i vestiti che scegliamo spontaneamente, ogni giorno, nei weekend, con gli amici, con il partner, nei nostri hobbies, nel lavoro, raccontano le nostre diverse identità, reali, ideali o normative.
Ci sono abiti che non indossiamo mai al lavoro, perchè il codice sociale non lo consente eppure sono quelli che ci rappresentano di più, altri che scegliamo ogni volta in cui possiamo essere pienamente noi, altri che indossiamo perchè ci fidiamo del parere che ci è stato dato da qualcuno che riteniamo autorevole, ci sono poi abiti che non indossiamo più ma continuiamo a tenere, come se custodissero una versione di noi che non sappiamo ancora se lasciar andare o recuperare e infine ci sono gli abiti che aspettano un noi possibile che non abbiamo ancora il coraggio di indossare.
Ed ecco che i vestiti, quando non sono un codice, sono una bussola, ci indicano dove stiamo bene e dove ci sentiamo a disagio,  sono un indizio non solo dei propri gusti ma anche dei luoghi sicuri.

Anche nell’ambiente professionale i nostri abiti raccontano qualcosa, e non solo sulla coerenza con il contesto,  dicono quanto riusciamo a portare noi stessi dentro quel contesto, un abito è quello giusto non quando è allineato al contesto ma quando non è solo una divisa nè tanto meno un costume.
In quest’ottica i vestiti si rivelano dei preziosi indicatori degli ambienti che ci chiedono sforzo e quelli che ci mettono a nostro agio.
 
Così gli elementi del guardaroba che indossiamo più frequentemente non sono da vedere solo come una necessità imposta dal codice sociale, ma soprattutto come indizio personale del proprio percorso di dove si è e come si sta.
Poniamo che ogni giorno debba indossare un dress code specifico perchè sono a contatto con il pubblico e la mia azienda me lo chiede, il punto non è tanto abolire il dress code, perchè ho il diritto di sentirmi a mio agio, di essere me stesso e autentico, ma quanto quel codice mi rappresenta e quanto riesco a rappresentarlo io vestendolo, il punto allora forse diventa quanto ha senso per me stare in un posto che ha un dress code che non condivido, perchè gli abiti sono estensioni di altro: di cultura, valori, ruoli, sono solo la punta di un iceberg che per la mia persona ha implicazioni ben più importanti del cosa indosso, la riflessione va sull’effetto che produce sul mio sé, stare in un ambiente così distante da me, se quotidianamente indosso un abito che non sento mio, ciò che si logora è il mio sé che rischia di irrigidirsi, accartocciarsi, snaturarsi.

La nostra mente ricerca coerenza, un dress code che sento estraneo non fa male perché è formale, ma perché è incoerente.
Quando c’è congruenza tra valori personali e valori dell’ambiente, aumenta il benessere, quando c’è disallineamento, cresce lo stress, l’abbigliamento è spesso il primo segnale visibile della cultura aziendale, se faccio fatica a indossarlo, è probabile che la fatica sia anche estesa a tutto quel mondo, si parla in proposito di costo psicologico di adattamento, non è solo fatica mentale, è una forma di consumo identitario.

Non sempre possiamo essere pienamente noi, ma ci sono tante sfumature tra il rifiuto tout court ad adattarsi e un adattamento acritico e rinunciatario, in mezzo c’è quello che possiamo chiamare adattamento flessibile, perché i vestiti, a ben vedere, non servono solo a coprirci, servono, a volte, a scoprirci.


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Bello ma... non lo indossi!

25/10/2025

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Bello questo capo ma non esco mai, non ho occasione di metterlo.
Mi piacerebbe essere più ricercata nel vestire ma lavoro da casa e mi vesto in modo comodo e semplice.
Mi piacciono i tacchi ma corro tutto il giorno spostandomi con i mezzi, ho bisogno di stare comoda, così compro solo scarpe basse.
​

Sarà capitato anche a te di dire qualcuna di queste frasi o di ascoltarle conversando tra amiche.
Il rapporto con i vestiti mi affascina proprio perché parlando di loro parliamo di noi, di ciò che ci impegna, delle nostre priorità, teorie, convinzioni.
Quando, in relazione ai vestiti, diciamo che qualcosa ci piacerebbe ma... cosa stiamo realmente dicendo?
Da un lato, dato che i vestiti hanno a che fare con l’aspetto, stiamo affermando che qualcosa ci piacerebbe per la nostra immagine; tuttavia il desiderio di quella tipologia di capo, di accessorio o di stile non è prioritario. Di riflesso, ne consegue che neanche la nostra immagine lo sia: nei diversi esempi la priorità viene data al contesto, alla comodità, alle occasioni d’uso. Non è sbagliato scegliere la comodità o l’adattamento al contesto: il punto è farlo con consapevolezza, non per automatismo o rinuncia.
Dall’altro, se dipendesse da noi faremmo diversamente... ma... e così succede che si opta per una rinuncia, dandosi un limite, contenendosi. A lungo andare, queste micro-rinunce possono generare una lieve incoerenza tra ciò che desideriamo e ciò che mostriamo, come se la nostra immagine restasse un passo indietro rispetto al nostro potenziale.
Di seguito prenderò in analisi una per una le casistiche e  proverò a metterle in discussione con una provocazione perché credo che più che essere fondate su ostacoli reali siano sorrette da credenze limitanti.

Bello questo capo ma non esco mai, non ho occasione di metterlo.
Comprendo che non siamo abituati a vedere paillettes e lustrini al supermercato, in ufficio o di giorno in giro per la strada, e sono anche convinta che gli abiti abbiano delle prevalenti occasioni d’uso. Tuttavia, la frase di sopra mi capita di sentirla di fronte ad abiti che ritengo abbastanza versatili. Spesso, la questione riguarda la collocazione di quell’abito nei propri standard personali.
Se esco poco probabilmente indosserò prevalentemente jeans, maglioni e magari un vestito in raso di viscosa, una giacca, un pantalone palazzo o un maglioncino mohair mi appariranno da occasione speciale.
Ed ecco la provocazione: se invece di pensare che il capo più prezioso abbia necessità di un’occasione speciale per andare in scena, pensassi che il solo fatto di indossarlo perché mi piace, indipendentemente da quello che farò, crea di per sé l’occasione e il senso dell’essere usato?
Non è una legge magica di causa-effetto, ma un cambio di prospettiva: quando ci mostriamo diversi, spesso iniziamo anche a sentirci diversi, più aperti a creare occasioni nuove.
In sintesi: lo indosso perché mi piace, e questo è sufficiente.
A questo posso poi aggiungere esperienze: indossandolo per onorarlo faccio cose che mi piacciono, ad esempio una passeggiata, un caffè in quel posticino che amo, una visita ad un’amica.
I vantaggi che vedo sono numerosi: fare esperienza nell’avere addosso qualcosa di bello e probabilmente di una consistenza diversa dal solito; vedere aspetti nuovi di sé, un’immagine diversa e probabilmente più piacevole; e infine una probabile relazione diversa con gli altri.
Il nuovo capo probabilmente si alleerebbe con altri elementi: un accessorio, un dettaglio che farebbero da amplificatori per l’upgrade dell’immagine e delle occasioni che accadranno.
In definitiva ciò che conta non è la forma del capo ma l’intenzione di sceglierlo come gesto di presenza verso se stessi.

Mi piacerebbe essere più ricercata nel vestire ma lavoro da casa e mi vesto in modo comodo e semplice.
Il fatto di lavorare nella propria abitazione fa sì che il nostro cervello percepisca l’ambiente come informale, perché in casa si sta comodi, in tuta, con le ciabatte, e questa condizione favorisce opinioni e standard su cosa sia opportuno indossare nel perimetro casalingo.
C’è in questa condizione un ulteriore elemento da considerare che riguarda le eventuali relazioni con terzi via call o via Zoom: immagino ad esempio un grafico che può passare intere giornate senza interagire con nessuno; diversamente, un manager potrebbe fare diverse riunioni online. In questi casi, per tarare il proprio dress code, conta anche il luogo in cui si trovano gli altri interlocutori, ma non voglio introdurre troppe variabili.
Ed ecco la provocazione: se invece di pensare al guardaroba in relazione alla coerenza con il contesto lo si immaginasse in relazione alle possibilità che può offrire a sé nello sbizzarrirsi e divertirsi nella scelta e, secondo i principi dell’enclothed cognition, per quanto può offrire per lavorare meglio, in modo più creativo, analitico o empatico a seconda della professione?
Non significa che un abito trasformi la performance lavorativa in modo diretto, ma può modificare la percezione di efficacia personale e l’energia con cui ci si pone nel lavoro.
I vantaggi sono quindi in termini di soddisfazione personale innanzitutto, e a seguire di performance rispetto al proprio settore.

Mi piacciono i tacchi ma corro tutto il giorno spostandomi con i mezzi, ho bisogno di stare comoda, così compro solo scarpe basse.
Questa potrei averla detta io, anzi l’avrò sicuramente detta in qualche occasione. Trovo i tacchi bellissimi e mi piace tantissimo la sensazione di indossarli: mi sento più forte e potente. Tuttavia li trovo davvero scomodi e non li indosso mai, e così mi ritrovo ad essere quasi sempre la più piccola. Credo di averci fatto l’abitudine, ma sarà proprio vero?
L’idea che gli altri si fanno dall’esterno, per una serie di bias, è di fragilità e tenerezza, che può comunque avere i suoi vantaggi.
Ed ecco la provocazione: se invece di pensare alla scomodità, pensassi che indossando i tacchi potrei approfittare per concedermi delle comodità? Anziché i mezzi pubblici, quel giorno se posso prendo l’auto; se non posso, chiedo un passaggio a un collega; oppure inizio ad indossare un tacco-compromesso, non a stiletto quindi, ma una zeppa o un tacco largo.
Anche qui vedo vantaggi: sentirmi più forte, con più fascino, concedermi delle comodità giustificate dal limite della scarpa. E forse scoprire che piccoli cambiamenti nell’abbigliamento possono influire sul modo in cui ci muoviamo nel mondo, non perché gli altri ci vedano diversi, ma perché noi ci percepiamo più intenzionali e presenti.

Per concludere, quello che accomuna le tre casistiche nel cambiamento è il mettersi al centro dando ascolto al proprio piacere nel primo caso, al divertimento nel secondo e alla comodità nell’ultimo.

In fondo, non si tratta di moda né di vanità, ciascuno può usare i propri abiti come linguaggio per ricordarsi di sé, come un piccolo esercizio di presenza quotidiana.
Vestirsi tenendosi in conto non ha a che fare con la vanità, bensì con la vitalità, è un atto simbolico di presenza, di desiderio, di movimento.
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Un guardaroba misurato

23/9/2025

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Settembre è il mese delle transizioni. Con l’equinozio abbiamo lasciato l’estate alle spalle, l’autunno ci si apre davanti, l’aria cambia e così i nostri armadi.
Il cambio di stagione non è mai solo pratico, è anche psicologico. Parla di ciò che facciamo fatica a eliminare, di ciò che non sappiamo ancora riconoscere e di ciò che non ci concediamo di essere.
Troppi capi che non indossiamo sono spesso il corrispettivo di pensieri ingombranti: “non sono abbastanza”, “magari un giorno mi servirà”, “prima o poi cambierò”.
Così come un armadio vuoto, povero di alternative, può raccontare di una parte di noi che teme di osare, di occupare spazio, di concedersi la libertà di cambiare.
Dopo lo stand-by dell’estate, sia per una vacanza o semplice rallentamento della routine, ci ritroviamo a rientrare in vecchi abiti con nuove sensazioni addosso. E lì scatta la domanda: “Questa misura mi contiene ancora? È adatta a chi sono oggi?”
Quando la risposta è positiva, tutto bene, significa che possiamo esprimerci senza costrizione, contare su uno spazio (esteriore e interiore) calibrato su ciò che serve ora, non su ciò che serviva ieri.
Quando la risposta è negativa, non è necessariamente un male, a patto che il disagio davanti a ciò che non ci rappresenta venga trattato come un invito, ad ascoltarci, a creare una nuova misura, a non aver paura di lasciar andare.
In questo modo il guardaroba diventa specchio, riflette la necessità di un cambiamento, ci invita a scegliere, a sperimentare nuove combinazioni, riletture e rinnovamenti.

In definitiva si tratta di creare un guardaroba misurato che da un lato vuol dire che è stato tarato, soppesato, scelto, dall’altro tenuto entro una certa misura, in entrambe i casi le domande utili in questo esercizio sono semplici: 
Cosa tengo perché mi serve davvero? Cosa lascio perché non mi rappresenta più?
E le risposte, spesso, non riguardano solo i vestiti ma anche abitudini, ruoli, qualità. In entrambi i casi:
- scegli per aderenza, non per abitudine: tieni ciò che ti rappresenta oggi, non ciò che ti definiva ieri;
- non temere il vuoto: un armadio troppo pieno, come una vita troppo affollata, non lascia respirare;
- lascia tracce del passato che fungano da ponte, elementi che accompagnino la transizione.
​
Alla fine, la giusta misura non è una taglia né un numero di grucce.
È la capacità di riconoscere quando uno spazio, esterno o interno, ci contiene davvero.
E così il guardaroba smette di essere un semplice contenitore e diventa un alleato silenzioso: ci ricorda che cambiare è naturale, che gli abiti possono seguirci nelle trasformazioni, e che l’essenziale non è conservare tutto, ma scegliere ciò che vibra con chi siamo adesso.
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Super Size me (cit.)

12/8/2025

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Il concetto di Super Size Me del film di Morgan Spurlock che si riferisce alle porzioni più grandi offerte dai ristoranti McDonald's, che erano disponibili in quel periodo, mi ha fatto riflettere sul tema delle dimensioni e in particolare della ricerca della giusta dimensione.
Agosto porta con sé la sensazione di uno spazio sospeso: giornate più lunghe, ritmi che rallentano, abiti che diventano più leggeri. È anche il mese delle valigie: piccole, grandi, a mano o da stiva, sempre troppo piene o troppo vuote.
Fare la valigia, infatti, è uno degli esercizi più rivelatori di cosa significhi “la giusta misura”. Ci chiediamo: “Cosa mi servirà davvero?” E dietro questa domanda se ne nasconde un’altra: “Chi sarò in quel luogo, in quel tempo, in quella situazione?”
Perché la verità è che in base a quello che indossiamo, e a quello che portiamo con noi, diventiamo persone un po’ diverse. In vacanza spesso ci concediamo versioni più leggere di noi stessi: più informali, più spontanee, meno regolate.

Da un punto di vista psicologico, la giusta misura non è mai una regola fissa: è un equilibrio mobile tra identità e contesto. È la capacità di percepire quali parti di noi hanno bisogno di spazio in un dato momento e quali, invece, possiamo lasciare da parte.
Il guardaroba, così come la valigia, diventa un laboratorio di consapevolezza. Non è solo un contenitore di abiti ma un luogo che ci aiuta a misurare chi siamo oggi. Troppo pieno diventa caotico, troppo vuoto non ci rappresenta. Serve una misura personale, che non coincide con lo standard ma con la possibilità di riconoscerci.
Ecco perché settembre, con il rito del cambio di stagione, sarà il momento ideale per portare questa riflessione dentro l’armadio.

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Abiti come mezzi di agency

21/7/2025

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Recentemente mi è capitato di leggere uno scritto del filosofo Gurdjieff a proposito di autenticità e imitazione che mi ha fatto pensare, lo riporto qui in sintesi, facendo seguire le mie riflessioni: l’uomo si identifica con il ruolo che è costretto a vivere...Per ognuno di questi ruoli esistono comportamenti sociali, abbigliamenti, modi di pensare e di esprimersi cui ciascuno si adegua inconsapevolmente. E quindi non siamo mai individui autentici, ma veri e propri imitatori.

Condivido che ogni ruolo porta con sé un corredo di elementi, anche vestimentari, il fatto di indossarli tuttavia non ritengo che ci renda imitatori, o meglio anche fosse, penso che l'imitazione possa essere il mezzo, anziché il fine, che consente di arrivare a obiettivi più alti che concorrono alle crescita personale.

Ed ecco gli obiettivi che vedo  nell'indossare i ruoli e i loro guardaroba.

Obiettivi di esplorazione: attraverso gli abiti possiamo sperimentare parti diverse, provare l'effetto che ci fanno, vedere l'effetto che producono sugli altri in relazione a noi, per dotarsi di maggiori possibilità di scelta.
Herminia Ibarra, esperta di leadership e sviluppo professionale parla di sé  provvisori (provisional selves), nella sua visione è  l'azione, l'esperienza di nuove identità che porta al cambiamento. In questa prospettiva gli abiti non sono maschere che coprono o mettono le distanze, al contrario sono strumenti che permettono di mettere addosso identità possibili.
Una giacca, un colore acceso, una fantasia chiassosa diventano esperimenti per nuovi racconti di sé.

Obiettivi di attivazione: gli abiti agiscono come attivatori cognitivi ed emotivi.
Ne ho scritto più e più volte, l'enclothed cognition spiega gli effetti del guardaroba su performance, atteggiamenti, stati mentali.
Funziona sia per l'associazione collegata al significato simbolica del capo, sia per l'esperienza sensoriale che produce, per questo una tuta produce relax e un vestito formale controllo e compostezza.

Obiettivi di transizione: indossare un certo abito crea un confine che segna il perimetro di un comportamento e di un ruolo per sé e per chi ci guarda, nel momento in cui indosso una divisa (medico, cameriere, cuoco, poliziotto etc.) sono riconoscibile, agisco e funziono "da e come", l'abito ne è una dichiarazione e una segnalazione.

Obiettivi di integrazione: questo lo trovo un livello pro, ne è una fautrice molto rappresentativa la psicologa Amy Cuddy che in un suo  post sui social ha raccontato del suo uso degli abiti come reminder per smettere di separare il suo sé lavorativo dal sé del tempo libero, l'ho raccontato qui.

In definitiva credo che i ruoli che vestiamo in termini di comportamenti e abiti se visti come fini a se stessi e vissuti come inevitabili e con rassegnazione possano renderci mascherati e inautentici, se invece ci spingiamo un po' più in là sintonizzandoci con le possibilità che offrono, diventano preziosi strumenti di crescita per conoscerci, attivarci e trasformarci.


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Di me in me, con la stessa stoffa di sempre

26/6/2025

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Foto
In questo mese nel cucito mi sono dedicata ad un’attività nuova per me: le modifiche.
Si è trattato di capi che così com’erano confezionati non mi piacevano al 100% e così mi sono messa all’opera:  un vestito con un corpetto un po’ démodé l’ho sdoppiato in un completo (gonnellone e gilet), un paio di bluse dalle maniche lunghe sono diventate delle canottiere, pantaloni eccessivamente larghi sono diventati vagamente scampanati e poi infine alcuni capi richiedevano delle riparazioni, qualcosa da stringere e qualcosa da accorciare.
Si trattava di capi che per un motivo o per l’altro stavano lì inutilizzati, bloccati, impediti nella possibilità di avere una funzione, un ruolo, una vita insomma.
Nel modificare e riparare mi è sembrato così di prendermi cura non solo dell’oggetto in sé ma anche della sua storia tra passato e futuro, tra limiti e possibilità, tra vecchio e nuovo, e ho pensato che anche quando sembra che il nostro fare cambi radicalmente forma a osservare da vicino le differenze anziché amplificarsi si offuscano perché viene fuori che un cambiamento c’è ma rimane confinato nel  modo ma la sostanza resta.
Mi spiego meglio, un tempo partecipavo all’azione di modificare e in qualche misura aggiustare, solo che lo facevo in altro modo, i miei strumenti erano l’ascolto, le distinzioni, le domande, e con altra materia: i comportamenti, le emozioni i pensieri.
Oggi il mio modo sono le stoffe, i vestiti, le macchine per cucire, ma la sostanza è rimasta fedele ai suoi valori: partecipare alla realizzazione di un cambiamento con il fine di permettere a qualcosa di essere al meglio per il suo funzionamento.
Realizzarlo è stato importante perché ha acceso una luce su un filo conduttore, su un modo d’essere e sulle sue possibili declinazioni e questo, in una prospettiva più generale e astratta che non riguarda solo più me,  apre spazi di riflessione sulle nostre moltitudini espressive sulla possibilità di tenere insieme parti che solo ad uno sguardo disattento appaiono diverse. Questo filo conduttore a questo punto comprendo che non serve tanto a rassicurare sul fatto che siamo sempre noi, quanto a liberarci dall’idea che dobbiamo essere sempre uguali per esserlo.
E forse è proprio questo che ci tiene integri, anche nelle trasformazioni, non il rimanere sempre gli stessi, ma il cambiare forma rimanendo della stessa sostanza, proprio come quel vestito démodé che non mi convinceva troppo ma che sdoppiato e ricucito è diventato un completo nuovo ma con la stessa stoffa di sempre.
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