Ci sono abiti che non indossiamo mai al lavoro, perchè il codice sociale non lo consente eppure sono quelli che ci rappresentano di più, altri che scegliamo ogni volta in cui possiamo essere pienamente noi, altri che indossiamo perchè ci fidiamo del parere che ci è stato dato da qualcuno che riteniamo autorevole, ci sono poi abiti che non indossiamo più ma continuiamo a tenere, come se custodissero una versione di noi che non sappiamo ancora se lasciar andare o recuperare e infine ci sono gli abiti che aspettano un noi possibile che non abbiamo ancora il coraggio di indossare.
Ed ecco che i vestiti, quando non sono un codice, sono una bussola, ci indicano dove stiamo bene e dove ci sentiamo a disagio, sono un indizio non solo dei propri gusti ma anche dei luoghi sicuri.
Anche nell’ambiente professionale i nostri abiti raccontano qualcosa, e non solo sulla coerenza con il contesto, dicono quanto riusciamo a portare noi stessi dentro quel contesto, un abito è quello giusto non quando è allineato al contesto ma quando non è solo una divisa nè tanto meno un costume.
In quest’ottica i vestiti si rivelano dei preziosi indicatori degli ambienti che ci chiedono sforzo e quelli che ci mettono a nostro agio.
Così gli elementi del guardaroba che indossiamo più frequentemente non sono da vedere solo come una necessità imposta dal codice sociale, ma soprattutto come indizio personale del proprio percorso di dove si è e come si sta.
Poniamo che ogni giorno debba indossare un dress code specifico perchè sono a contatto con il pubblico e la mia azienda me lo chiede, il punto non è tanto abolire il dress code, perchè ho il diritto di sentirmi a mio agio, di essere me stesso e autentico, ma quanto quel codice mi rappresenta e quanto riesco a rappresentarlo io vestendolo, il punto allora forse diventa quanto ha senso per me stare in un posto che ha un dress code che non condivido, perchè gli abiti sono estensioni di altro: di cultura, valori, ruoli, sono solo la punta di un iceberg che per la mia persona ha implicazioni ben più importanti del cosa indosso, la riflessione va sull’effetto che produce sul mio sé, stare in un ambiente così distante da me, se quotidianamente indosso un abito che non sento mio, ciò che si logora è il mio sé che rischia di irrigidirsi, accartocciarsi, snaturarsi.
La nostra mente ricerca coerenza, un dress code che sento estraneo non fa male perché è formale, ma perché è incoerente.
Quando c’è congruenza tra valori personali e valori dell’ambiente, aumenta il benessere, quando c’è disallineamento, cresce lo stress, l’abbigliamento è spesso il primo segnale visibile della cultura aziendale, se faccio fatica a indossarlo, è probabile che la fatica sia anche estesa a tutto quel mondo, si parla in proposito di costo psicologico di adattamento, non è solo fatica mentale, è una forma di consumo identitario.
Non sempre possiamo essere pienamente noi, ma ci sono tante sfumature tra il rifiuto tout court ad adattarsi e un adattamento acritico e rinunciatario, in mezzo c’è quello che possiamo chiamare adattamento flessibile, perché i vestiti, a ben vedere, non servono solo a coprirci, servono, a volte, a scoprirci.
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