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Va' dove ti portano i vestiti

27/11/2025

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Senza accorgercene, i vestiti che scegliamo spontaneamente, ogni giorno, nei weekend, con gli amici, con il partner, nei nostri hobbies, nel lavoro, raccontano le nostre diverse identità, reali, ideali o normative.
Ci sono abiti che non indossiamo mai al lavoro, perchè il codice sociale non lo consente eppure sono quelli che ci rappresentano di più, altri che scegliamo ogni volta in cui possiamo essere pienamente noi, altri che indossiamo perchè ci fidiamo del parere che ci è stato dato da qualcuno che riteniamo autorevole, ci sono poi abiti che non indossiamo più ma continuiamo a tenere, come se custodissero una versione di noi che non sappiamo ancora se lasciar andare o recuperare e infine ci sono gli abiti che aspettano un noi possibile che non abbiamo ancora il coraggio di indossare.
Ed ecco che i vestiti, quando non sono un codice, sono una bussola, ci indicano dove stiamo bene e dove ci sentiamo a disagio,  sono un indizio non solo dei propri gusti ma anche dei luoghi sicuri.

Anche nell’ambiente professionale i nostri abiti raccontano qualcosa, e non solo sulla coerenza con il contesto,  dicono quanto riusciamo a portare noi stessi dentro quel contesto, un abito è quello giusto non quando è allineato al contesto ma quando non è solo una divisa nè tanto meno un costume.
In quest’ottica i vestiti si rivelano dei preziosi indicatori degli ambienti che ci chiedono sforzo e quelli che ci mettono a nostro agio.
 
Così gli elementi del guardaroba che indossiamo più frequentemente non sono da vedere solo come una necessità imposta dal codice sociale, ma soprattutto come indizio personale del proprio percorso di dove si è e come si sta.
Poniamo che ogni giorno debba indossare un dress code specifico perchè sono a contatto con il pubblico e la mia azienda me lo chiede, il punto non è tanto abolire il dress code, perchè ho il diritto di sentirmi a mio agio, di essere me stesso e autentico, ma quanto quel codice mi rappresenta e quanto riesco a rappresentarlo io vestendolo, il punto allora forse diventa quanto ha senso per me stare in un posto che ha un dress code che non condivido, perchè gli abiti sono estensioni di altro: di cultura, valori, ruoli, sono solo la punta di un iceberg che per la mia persona ha implicazioni ben più importanti del cosa indosso, la riflessione va sull’effetto che produce sul mio sé, stare in un ambiente così distante da me, se quotidianamente indosso un abito che non sento mio, ciò che si logora è il mio sé che rischia di irrigidirsi, accartocciarsi, snaturarsi.

La nostra mente ricerca coerenza, un dress code che sento estraneo non fa male perché è formale, ma perché è incoerente.
Quando c’è congruenza tra valori personali e valori dell’ambiente, aumenta il benessere, quando c’è disallineamento, cresce lo stress, l’abbigliamento è spesso il primo segnale visibile della cultura aziendale, se faccio fatica a indossarlo, è probabile che la fatica sia anche estesa a tutto quel mondo, si parla in proposito di costo psicologico di adattamento, non è solo fatica mentale, è una forma di consumo identitario.

Non sempre possiamo essere pienamente noi, ma ci sono tante sfumature tra il rifiuto tout court ad adattarsi e un adattamento acritico e rinunciatario, in mezzo c’è quello che possiamo chiamare adattamento flessibile, perché i vestiti, a ben vedere, non servono solo a coprirci, servono, a volte, a scoprirci.


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Bello ma... non lo indossi!

25/10/2025

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Bello questo capo ma non esco mai, non ho occasione di metterlo.
Mi piacerebbe essere più ricercata nel vestire ma lavoro da casa e mi vesto in modo comodo e semplice.
Mi piacciono i tacchi ma corro tutto il giorno spostandomi con i mezzi, ho bisogno di stare comoda, così compro solo scarpe basse.
​

Sarà capitato anche a te di dire qualcuna di queste frasi o di ascoltarle conversando tra amiche.
Il rapporto con i vestiti mi affascina proprio perché parlando di loro parliamo di noi, di ciò che ci impegna, delle nostre priorità, teorie, convinzioni.
Quando, in relazione ai vestiti, diciamo che qualcosa ci piacerebbe ma... cosa stiamo realmente dicendo?
Da un lato, dato che i vestiti hanno a che fare con l’aspetto, stiamo affermando che qualcosa ci piacerebbe per la nostra immagine; tuttavia il desiderio di quella tipologia di capo, di accessorio o di stile non è prioritario. Di riflesso, ne consegue che neanche la nostra immagine lo sia: nei diversi esempi la priorità viene data al contesto, alla comodità, alle occasioni d’uso. Non è sbagliato scegliere la comodità o l’adattamento al contesto: il punto è farlo con consapevolezza, non per automatismo o rinuncia.
Dall’altro, se dipendesse da noi faremmo diversamente... ma... e così succede che si opta per una rinuncia, dandosi un limite, contenendosi. A lungo andare, queste micro-rinunce possono generare una lieve incoerenza tra ciò che desideriamo e ciò che mostriamo, come se la nostra immagine restasse un passo indietro rispetto al nostro potenziale.
Di seguito prenderò in analisi una per una le casistiche e  proverò a metterle in discussione con una provocazione perché credo che più che essere fondate su ostacoli reali siano sorrette da credenze limitanti.

Bello questo capo ma non esco mai, non ho occasione di metterlo.
Comprendo che non siamo abituati a vedere paillettes e lustrini al supermercato, in ufficio o di giorno in giro per la strada, e sono anche convinta che gli abiti abbiano delle prevalenti occasioni d’uso. Tuttavia, la frase di sopra mi capita di sentirla di fronte ad abiti che ritengo abbastanza versatili. Spesso, la questione riguarda la collocazione di quell’abito nei propri standard personali.
Se esco poco probabilmente indosserò prevalentemente jeans, maglioni e magari un vestito in raso di viscosa, una giacca, un pantalone palazzo o un maglioncino mohair mi appariranno da occasione speciale.
Ed ecco la provocazione: se invece di pensare che il capo più prezioso abbia necessità di un’occasione speciale per andare in scena, pensassi che il solo fatto di indossarlo perché mi piace, indipendentemente da quello che farò, crea di per sé l’occasione e il senso dell’essere usato?
Non è una legge magica di causa-effetto, ma un cambio di prospettiva: quando ci mostriamo diversi, spesso iniziamo anche a sentirci diversi, più aperti a creare occasioni nuove.
In sintesi: lo indosso perché mi piace, e questo è sufficiente.
A questo posso poi aggiungere esperienze: indossandolo per onorarlo faccio cose che mi piacciono, ad esempio una passeggiata, un caffè in quel posticino che amo, una visita ad un’amica.
I vantaggi che vedo sono numerosi: fare esperienza nell’avere addosso qualcosa di bello e probabilmente di una consistenza diversa dal solito; vedere aspetti nuovi di sé, un’immagine diversa e probabilmente più piacevole; e infine una probabile relazione diversa con gli altri.
Il nuovo capo probabilmente si alleerebbe con altri elementi: un accessorio, un dettaglio che farebbero da amplificatori per l’upgrade dell’immagine e delle occasioni che accadranno.
In definitiva ciò che conta non è la forma del capo ma l’intenzione di sceglierlo come gesto di presenza verso se stessi.

Mi piacerebbe essere più ricercata nel vestire ma lavoro da casa e mi vesto in modo comodo e semplice.
Il fatto di lavorare nella propria abitazione fa sì che il nostro cervello percepisca l’ambiente come informale, perché in casa si sta comodi, in tuta, con le ciabatte, e questa condizione favorisce opinioni e standard su cosa sia opportuno indossare nel perimetro casalingo.
C’è in questa condizione un ulteriore elemento da considerare che riguarda le eventuali relazioni con terzi via call o via Zoom: immagino ad esempio un grafico che può passare intere giornate senza interagire con nessuno; diversamente, un manager potrebbe fare diverse riunioni online. In questi casi, per tarare il proprio dress code, conta anche il luogo in cui si trovano gli altri interlocutori, ma non voglio introdurre troppe variabili.
Ed ecco la provocazione: se invece di pensare al guardaroba in relazione alla coerenza con il contesto lo si immaginasse in relazione alle possibilità che può offrire a sé nello sbizzarrirsi e divertirsi nella scelta e, secondo i principi dell’enclothed cognition, per quanto può offrire per lavorare meglio, in modo più creativo, analitico o empatico a seconda della professione?
Non significa che un abito trasformi la performance lavorativa in modo diretto, ma può modificare la percezione di efficacia personale e l’energia con cui ci si pone nel lavoro.
I vantaggi sono quindi in termini di soddisfazione personale innanzitutto, e a seguire di performance rispetto al proprio settore.

Mi piacciono i tacchi ma corro tutto il giorno spostandomi con i mezzi, ho bisogno di stare comoda, così compro solo scarpe basse.
Questa potrei averla detta io, anzi l’avrò sicuramente detta in qualche occasione. Trovo i tacchi bellissimi e mi piace tantissimo la sensazione di indossarli: mi sento più forte e potente. Tuttavia li trovo davvero scomodi e non li indosso mai, e così mi ritrovo ad essere quasi sempre la più piccola. Credo di averci fatto l’abitudine, ma sarà proprio vero?
L’idea che gli altri si fanno dall’esterno, per una serie di bias, è di fragilità e tenerezza, che può comunque avere i suoi vantaggi.
Ed ecco la provocazione: se invece di pensare alla scomodità, pensassi che indossando i tacchi potrei approfittare per concedermi delle comodità? Anziché i mezzi pubblici, quel giorno se posso prendo l’auto; se non posso, chiedo un passaggio a un collega; oppure inizio ad indossare un tacco-compromesso, non a stiletto quindi, ma una zeppa o un tacco largo.
Anche qui vedo vantaggi: sentirmi più forte, con più fascino, concedermi delle comodità giustificate dal limite della scarpa. E forse scoprire che piccoli cambiamenti nell’abbigliamento possono influire sul modo in cui ci muoviamo nel mondo, non perché gli altri ci vedano diversi, ma perché noi ci percepiamo più intenzionali e presenti.

Per concludere, quello che accomuna le tre casistiche nel cambiamento è il mettersi al centro dando ascolto al proprio piacere nel primo caso, al divertimento nel secondo e alla comodità nell’ultimo.

In fondo, non si tratta di moda né di vanità, ciascuno può usare i propri abiti come linguaggio per ricordarsi di sé, come un piccolo esercizio di presenza quotidiana.
Vestirsi tenendosi in conto non ha a che fare con la vanità, bensì con la vitalità, è un atto simbolico di presenza, di desiderio, di movimento.
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Un guardaroba misurato

23/9/2025

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Settembre è il mese delle transizioni. Con l’equinozio abbiamo lasciato l’estate alle spalle, l’autunno ci si apre davanti, l’aria cambia e così i nostri armadi.
Il cambio di stagione non è mai solo pratico, è anche psicologico. Parla di ciò che facciamo fatica a eliminare, di ciò che non sappiamo ancora riconoscere e di ciò che non ci concediamo di essere.
Troppi capi che non indossiamo sono spesso il corrispettivo di pensieri ingombranti: “non sono abbastanza”, “magari un giorno mi servirà”, “prima o poi cambierò”.
Così come un armadio vuoto, povero di alternative, può raccontare di una parte di noi che teme di osare, di occupare spazio, di concedersi la libertà di cambiare.
Dopo lo stand-by dell’estate, sia per una vacanza o semplice rallentamento della routine, ci ritroviamo a rientrare in vecchi abiti con nuove sensazioni addosso. E lì scatta la domanda: “Questa misura mi contiene ancora? È adatta a chi sono oggi?”
Quando la risposta è positiva, tutto bene, significa che possiamo esprimerci senza costrizione, contare su uno spazio (esteriore e interiore) calibrato su ciò che serve ora, non su ciò che serviva ieri.
Quando la risposta è negativa, non è necessariamente un male, a patto che il disagio davanti a ciò che non ci rappresenta venga trattato come un invito, ad ascoltarci, a creare una nuova misura, a non aver paura di lasciar andare.
In questo modo il guardaroba diventa specchio, riflette la necessità di un cambiamento, ci invita a scegliere, a sperimentare nuove combinazioni, riletture e rinnovamenti.

In definitiva si tratta di creare un guardaroba misurato che da un lato vuol dire che è stato tarato, soppesato, scelto, dall’altro tenuto entro una certa misura, in entrambe i casi le domande utili in questo esercizio sono semplici: 
Cosa tengo perché mi serve davvero? Cosa lascio perché non mi rappresenta più?
E le risposte, spesso, non riguardano solo i vestiti ma anche abitudini, ruoli, qualità. In entrambi i casi:
- scegli per aderenza, non per abitudine: tieni ciò che ti rappresenta oggi, non ciò che ti definiva ieri;
- non temere il vuoto: un armadio troppo pieno, come una vita troppo affollata, non lascia respirare;
- lascia tracce del passato che fungano da ponte, elementi che accompagnino la transizione.
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Alla fine, la giusta misura non è una taglia né un numero di grucce.
È la capacità di riconoscere quando uno spazio, esterno o interno, ci contiene davvero.
E così il guardaroba smette di essere un semplice contenitore e diventa un alleato silenzioso: ci ricorda che cambiare è naturale, che gli abiti possono seguirci nelle trasformazioni, e che l’essenziale non è conservare tutto, ma scegliere ciò che vibra con chi siamo adesso.
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Super Size me (cit.)

12/8/2025

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Il concetto di Super Size Me del film di Morgan Spurlock che si riferisce alle porzioni più grandi offerte dai ristoranti McDonald's, che erano disponibili in quel periodo, mi ha fatto riflettere sul tema delle dimensioni e in particolare della ricerca della giusta dimensione.
Agosto porta con sé la sensazione di uno spazio sospeso: giornate più lunghe, ritmi che rallentano, abiti che diventano più leggeri. È anche il mese delle valigie: piccole, grandi, a mano o da stiva, sempre troppo piene o troppo vuote.
Fare la valigia, infatti, è uno degli esercizi più rivelatori di cosa significhi “la giusta misura”. Ci chiediamo: “Cosa mi servirà davvero?” E dietro questa domanda se ne nasconde un’altra: “Chi sarò in quel luogo, in quel tempo, in quella situazione?”
Perché la verità è che in base a quello che indossiamo, e a quello che portiamo con noi, diventiamo persone un po’ diverse. In vacanza spesso ci concediamo versioni più leggere di noi stessi: più informali, più spontanee, meno regolate.

Da un punto di vista psicologico, la giusta misura non è mai una regola fissa: è un equilibrio mobile tra identità e contesto. È la capacità di percepire quali parti di noi hanno bisogno di spazio in un dato momento e quali, invece, possiamo lasciare da parte.
Il guardaroba, così come la valigia, diventa un laboratorio di consapevolezza. Non è solo un contenitore di abiti ma un luogo che ci aiuta a misurare chi siamo oggi. Troppo pieno diventa caotico, troppo vuoto non ci rappresenta. Serve una misura personale, che non coincide con lo standard ma con la possibilità di riconoscerci.
Ecco perché settembre, con il rito del cambio di stagione, sarà il momento ideale per portare questa riflessione dentro l’armadio.

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Abiti come mezzi di agency

21/7/2025

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Recentemente mi è capitato di leggere uno scritto del filosofo Gurdjieff a proposito di autenticità e imitazione che mi ha fatto pensare, lo riporto qui in sintesi, facendo seguire le mie riflessioni: l’uomo si identifica con il ruolo che è costretto a vivere...Per ognuno di questi ruoli esistono comportamenti sociali, abbigliamenti, modi di pensare e di esprimersi cui ciascuno si adegua inconsapevolmente. E quindi non siamo mai individui autentici, ma veri e propri imitatori.

Condivido che ogni ruolo porta con sé un corredo di elementi, anche vestimentari, il fatto di indossarli tuttavia non ritengo che ci renda imitatori, o meglio anche fosse, penso che l'imitazione possa essere il mezzo, anziché il fine, che consente di arrivare a obiettivi più alti che concorrono alle crescita personale.

Ed ecco gli obiettivi che vedo  nell'indossare i ruoli e i loro guardaroba.

Obiettivi di esplorazione: attraverso gli abiti possiamo sperimentare parti diverse, provare l'effetto che ci fanno, vedere l'effetto che producono sugli altri in relazione a noi, per dotarsi di maggiori possibilità di scelta.
Herminia Ibarra, esperta di leadership e sviluppo professionale parla di sé  provvisori (provisional selves), nella sua visione è  l'azione, l'esperienza di nuove identità che porta al cambiamento. In questa prospettiva gli abiti non sono maschere che coprono o mettono le distanze, al contrario sono strumenti che permettono di mettere addosso identità possibili.
Una giacca, un colore acceso, una fantasia chiassosa diventano esperimenti per nuovi racconti di sé.

Obiettivi di attivazione: gli abiti agiscono come attivatori cognitivi ed emotivi.
Ne ho scritto più e più volte, l'enclothed cognition spiega gli effetti del guardaroba su performance, atteggiamenti, stati mentali.
Funziona sia per l'associazione collegata al significato simbolica del capo, sia per l'esperienza sensoriale che produce, per questo una tuta produce relax e un vestito formale controllo e compostezza.

Obiettivi di transizione: indossare un certo abito crea un confine che segna il perimetro di un comportamento e di un ruolo per sé e per chi ci guarda, nel momento in cui indosso una divisa (medico, cameriere, cuoco, poliziotto etc.) sono riconoscibile, agisco e funziono "da e come", l'abito ne è una dichiarazione e una segnalazione.

Obiettivi di integrazione: questo lo trovo un livello pro, ne è una fautrice molto rappresentativa la psicologa Amy Cuddy che in un suo  post sui social ha raccontato del suo uso degli abiti come reminder per smettere di separare il suo sé lavorativo dal sé del tempo libero, l'ho raccontato qui.

In definitiva credo che i ruoli che vestiamo in termini di comportamenti e abiti se visti come fini a se stessi e vissuti come inevitabili e con rassegnazione possano renderci mascherati e inautentici, se invece ci spingiamo un po' più in là sintonizzandoci con le possibilità che offrono, diventano preziosi strumenti di crescita per conoscerci, attivarci e trasformarci.


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Di me in me, con la stessa stoffa di sempre

26/6/2025

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In questo mese nel cucito mi sono dedicata ad un’attività nuova per me: le modifiche.
Si è trattato di capi che così com’erano confezionati non mi piacevano al 100% e così mi sono messa all’opera:  un vestito con un corpetto un po’ démodé l’ho sdoppiato in un completo (gonnellone e gilet), un paio di bluse dalle maniche lunghe sono diventate delle canottiere, pantaloni eccessivamente larghi sono diventati vagamente scampanati e poi infine alcuni capi richiedevano delle riparazioni, qualcosa da stringere e qualcosa da accorciare.
Si trattava di capi che per un motivo o per l’altro stavano lì inutilizzati, bloccati, impediti nella possibilità di avere una funzione, un ruolo, una vita insomma.
Nel modificare e riparare mi è sembrato così di prendermi cura non solo dell’oggetto in sé ma anche della sua storia tra passato e futuro, tra limiti e possibilità, tra vecchio e nuovo, e ho pensato che anche quando sembra che il nostro fare cambi radicalmente forma a osservare da vicino le differenze anziché amplificarsi si offuscano perché viene fuori che un cambiamento c’è ma rimane confinato nel  modo ma la sostanza resta.
Mi spiego meglio, un tempo partecipavo all’azione di modificare e in qualche misura aggiustare, solo che lo facevo in altro modo, i miei strumenti erano l’ascolto, le distinzioni, le domande, e con altra materia: i comportamenti, le emozioni i pensieri.
Oggi il mio modo sono le stoffe, i vestiti, le macchine per cucire, ma la sostanza è rimasta fedele ai suoi valori: partecipare alla realizzazione di un cambiamento con il fine di permettere a qualcosa di essere al meglio per il suo funzionamento.
Realizzarlo è stato importante perché ha acceso una luce su un filo conduttore, su un modo d’essere e sulle sue possibili declinazioni e questo, in una prospettiva più generale e astratta che non riguarda solo più me,  apre spazi di riflessione sulle nostre moltitudini espressive sulla possibilità di tenere insieme parti che solo ad uno sguardo disattento appaiono diverse. Questo filo conduttore a questo punto comprendo che non serve tanto a rassicurare sul fatto che siamo sempre noi, quanto a liberarci dall’idea che dobbiamo essere sempre uguali per esserlo.
E forse è proprio questo che ci tiene integri, anche nelle trasformazioni, non il rimanere sempre gli stessi, ma il cambiare forma rimanendo della stessa sostanza, proprio come quel vestito démodé che non mi convinceva troppo ma che sdoppiato e ricucito è diventato un completo nuovo ma con la stessa stoffa di sempre.
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Gioielli, preziosi indizi di sè

25/5/2025

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L’accessorio più ancora dell’abbigliamento dice di noi, vestirsi è un fatto obbligato, l’accessorio è scelto e per questo ci rappresenta soprattutto negli aspetti più profondi, non sempre riflettendo ciò che siamo, ma spesso mostrando ciò che ci manca e vorremo diventare.

La nostra identità non è tutta dentro ma si estende e si distribuisce nel mondo esterno negli oggetti, alcuni sono più immediati ed evidenti, l’abbigliamento è uno di questi, altri sono più filtrati e mascherati, gli accessori possono esserne un esempio, arrivando ad oggetti sempre più periferici, l’auto, la moto, il camper, la casa, e così via.
Diventa interessante capire come mai lo facciamo, come mai scegliamo proprio un certo oggetto e non un altro e quanto questo sia coerente con il nostro stile.

Rispetto al primo punto
canalizziamo la nostra identità fuori, per essere visti, per poterci specchiare, per riconoscerci e farci riconoscere, per dare informazioni e per orientare il giudizio degli altri attraverso le impressioni che generiamo.
Se, ad esempio, indosso un accessorio prezioso chi mi guarda penserà  ai concetti di eleganza e status, se indosso un accessorio in pietre dure di ambra o ametista, il pensiero andrà ai concetti di cura, armonia e benessere.
È un fenomeno che ci riguarda tutti, in particolare chi sente la necessità di validazione dall’esterno, chi si trova in una fase di transizione che definisce o ridefinisce l’identità e il ruolo (es. adolescenza, maternità, etc.) o chi vive il proprio sé in modo insicuro e ricerca negli oggetti una struttura e una base solida.
Per quanto riguarda la scelta di un determinato oggetto, pur esistendo differenze individuali, è possibile individuare un denominatore comune nei fattori di visibilità, protezione e competenza. La scelta può infatti ricadere sull’oggetto o sulla categoria in cui ci sentiamo maggiormente visibili, protetti o competenti, oppure su ciò che, per ragioni personali, ha acquisito un particolare valore emotivo. In altri casi, la selezione può orientarsi verso l’ambito che rimane disponibile dopo aver escluso le altre opzioni, percepito come il più accessibile per rispondere al bisogno di esprimersi.
Infine relativamente alla coerenza degli accessori con il nostro stile (comportamento e look) ci vengono in aiuto le stagioni interne, volendo tracciare un riferimento alla loro tendenza e coerenza nel proiettare l’identità negli oggetti, possiamo dire che le stagioni più inclini a farlo sono l’estate e la primavera. L’estate, per mostrare il proprio ruolo e potere, la primavera per il piacere di esprimersi e farsi notare.
Al contrario, autunno e inverno sono più introverse e tendono a relazionarsi con gli oggetti in modo più discreto e affettivo (autunno) o simbolico (inverno) rendendo più difficile la decodifica dell’identità.
Per l’estate e la primavera il sé passa spesso da oggetti visibili e riconoscibili in questo scenario gli accessori risultano coerenti con il resto del guardaroba, mentre per l’autunno e l’inverno il sé si manifesta in dettagli da scoprire arrivando agli oggetti domestici nel caso dell’autunno, o a elementi iper-specifici o della sfera tecnologica nel caso dell’inverno.
In definitiva gli accessori a seconda dell’accento posto dallo stile possono esibire, raccontare, custodire, depistare.
 
Infine aggiungo uno spunto che riguarda gli accessori che vediamo indossati da altri che ci fanno dire: bello ma non fa per me oppure bello mi piacerebbe ma poi all’atto pratico non funziona.
In questo caso per me vale il non tutto ciò che ci piace ci somiglia, il mi piace ma non lo indosserei sta ad indicare un confine identitario, l’oggetto non è in discussione nella sua bellezza, lo è rispetto a chi siamo noi, alla nostra storia, al nostro stile, il risultato sarà orientarci verso altre preferenze.
Il mi piace ma su di me non funziona risulta più frustrante evoca un’aspettativa disattesa (quello che vedo non corrisponde all’effetto ricercato) a volte è una questione estetica, più frequentemente credo sia una questione psicologica legata al giudizio, qui l’oggetto non è in discussione, siamo noi a metterci in discussione il rischio è che con questa lente non ci siano altri oggetti che possano soddisfare la nostra aspettativa se non forse quelli già collaudati che stanno nella nostra zona di comfort, già sperimentata e sufficientemente sicura.

In definitiva ritorniamo al punto di partenza: gli accessori, come l’abbigliamento, rivelano chi siamo, ma anche chi vorremmo essere, o chi temiamo di non riuscire a diventare.
In queste sottigliezze si nascondono spesso i punti più fertili per esplorare la nostra identità.
Ogni oggetto è un indizio sta a noi raccoglierlo.
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Selfie, tra scatti e scarti

19/4/2025

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Qualche giorno mi stavo facendo delle foto con il cellulare in modalità selfie dovendole allegarle ad una presentazione e mi sono ritrovata in una situazione già vissuta, vale a dire scatto 4-5-6 foto e lì per lì non me ne piace nessuna, scelgo comunque quella che mi sembra la meno peggio, poi le foto rimangono lì nel cellulare e quando le riguardo qualche giorno dopo non mi sembrano poi così male, eppure sono sempre io, quella in foto e quella che giudica, allora cosa è cambiato?
Mi sono interrogata e sono arrivata ad alcune conclusioni:
  • Guardare vs. giudicare: quando ci scattiamo una foto e la guardiamo quello che facciamo non è solo guardarla bensì giudicarla  e sotto la lente della pressione del giudizio unita al risultato che vogliamo ottenere diventiamo molto severi e quello che altri non avrebbero nemmeno notato per noi diventa motivo di critica; dopo qualche giorno il giudizio si affievolisce diventando più benevolo così come la pressione sul risultato è così otteniamo una valutazione più positiva della nostra immagine;
  • Il peso delle aspettative: proprio per il risultato che ci proponiamo di ottenere (nel mio caso una bella foto da allegare alla mio bio) sul momento le aspettative sono elevate e rendono il giudizio particolarmente critico creando un circolo vizioso con il punto di sopra, successivamente con lo sciogliersi delle aspettative il giudizio si ammorbidisce;
  • L’illusione di poter avere di più/fare meglio: sul momento mentre scattiamo una foto abbiamo l’illusione di avere tutti gli scatti del mondo per catturare quello perfetto e così anche se il primo potrebbe funzionare ci diciamo che forse non è abbastanza, che si può fare meglio e questo spinge a non accontentarsi, qualche giorno dopo invece la spinta all’irraggiungibile perfezione lascia il posto al buonsenso e complice il distacco emotivo del momento si fa strada una maggiore obiettività;
  • Bias di familiarità: c’è poi un meccanismo cognitivo che fa sì che più guardiamo qualcosa, più diventa familiare e per questo più ci piace, ed ecco che qualche giorno dopo i nostri selfie che magari abbiamo intercettato qualche volta aprendo la nostra gallery sono diventati più amici e per questo più “belli”;
In definitiva quello che ho imparato da quest’analisi è che la nostra percezione non è fissa (un giorno mi vedo “inguardabile”, due giorni dopo “non male”) e che il punto critico non è tanto come veniamo nello scatto di un determinato momento quanto come ci guardiamo in quel momento.
Allora come fare per disinnescare la carica del giudizio allo scatto delle foto?
  • Abbassare il volume del giudizio:  per dirla con la teoria della discrepanza del sé (secondo lo psicologo Higgins ci sono tre livelli che caratterizzano il nostro sé: reale - come ci vediamo -,  ideale -  come vorremmo essere - , normativo  - come dovremmo essere) possiamo impegnarci ad abbassare il volume del sé normativo,  osservandoci in modo descrittivo, limitando cioè l’uso degli aggettivi e precisando in modo concreto quello che ci piace e non ci piace;
  • Favorire il distacco emotivo: dopo aver scattato qualche foto evitare di guardarle subito, lasciando passare un po’ di tempo per rivederle in un secondo momento in modo da non guardarle a caldo e lasciando che l’emozione si stemperi un po’;
  • Darsi un tempo circoscritto e un numero preciso di scatti per limitare l’effetto della ricerca della perfezione.
Da tenere a mente dallo scatto allo scarto!
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100% me

12/3/2025

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In questi primi dieci giorni di marzo 3 eventi hanno catturato la mia attenzione e uno dopo l’altro li ho messi in fila per riflettere sul quanto sia possibile assecondare il proprio stile e uscire indenni dal confronto con gli standard sociali che ci vogliono belli, eleganti, con caratteristiche socialmente desiderabili.
Gli eventi in ordine cronologico sono stati:  il 2 marzo Adam Sandler alla 97ª edizione degli Academy Awards nella quale si è presentato vestito con felpa e pantaloncini da basket, il 9 marzo Alessandro Michele, direttore creativo della Maison Valentino, alla sfilata parigina autunno/inverno 2025-26  ha ricreato l’ambientazione di un bagno con lavandini, specchi e armadietti da spogliatoio.
Infine il 10 marzo il talk “non è un paese per brutte” a cura di Valore D, che ha visto la partecipazione di Maura Giancitano, filosofa e scrittrice, come moderatrice e tre donne in rappresentanza di categorie soggette a stereotipi:  Lara Lago, giornalista e body activist, Loredana Lipperini, scrittrice, conduttrice radiofonica e attivista culturale e Nogaye Ndiaye, scrittrice e divulgatrice antirazzista.
Cosa hanno in comune i tre eventi?
Tutti parlano in un modo o nell’altro di bellezza, di canoni estetici, di cosa ci si aspetta nella nostra cultura occidentale, e di conseguenza di cosa sia opportuno e cosa non lo sia e dei possibili effetti nei casi di devianza dallo standard tracciato.
Sandler e Alessandro Michele hanno attirato giudizi divisi, nel caso di Sandler è stata apprezzata l’autenticità, la capacità di rimanere fedele a se stesso, qualcuno ci ha visto un atto politico (si veda la critica all’abbigliamento di Zelenskyy nell'incontro con Trump), qualcun altro si è semplicemente fatto una risata e qualcun altro ancora lo ha criticato, in primis il conduttore che lo ha paragonato ad un giocatore di poker della tarda ora notturna, che fosse una gag preparata oppure no, l’episodio fa riflettere,  Sandler stesso ha dichiarato di non interessarsi a quello che indossa, gli piace il suo look, si reputa una brava persona e questo è quanto.
Nel caso di Alessandro Michele chi lo ha elogiato ha colto il suo genio nel fondere il nuovo con il retrò e il massimalismo con l’ecletticità per esprimere da un lato la grande metafora dell’ossessione del tempo attraverso trasparenze, modelle non conformi ai canoni dell’età, e trovate di styling (capelli e volti tirati da elastici), dall’altro l’impossibilità di  spogliarsi delle maschere che ogni giorno indossiamo ed esprimere un sé autentico come dice lui stesso immune dalle determinazioni della vita.
Le critiche non sono certo mancate da parte di chi ha visto invece l’incapacità di fare qualcosa di nuovo, la brutalità e lo squallore dello scenario e dei capi stessi che non rappresenterebbero affatto lo stile e l’eleganza di Valentino Garavani fondatore della Maison.
Un messaggio lo lancia lo stesso Michele durante e a fine sfilata con lo slogan nella t-shirt “apollon-dyonisos” che sta a rappresentare due stili contrapposti:  la perfezione di Valentino verso il caos che caratterizza il suo estro.
Del talk di Valore D mi ha colpito in particolare un commento di un’ascoltatrice sull’importanza che dovrebbe avere “il  diritto alla trascuratezza”,  al quale le speaker rispondono sostenendo quanto sarebbe importante in un mondo che vuole le donne belle, brave e performanti che a venir valutate fossero le competenze, lasciando sullo sfondo tutto il resto,  di qui le considerazioni sull’opportunità, in un contesto di selezione, di omettere/non mostrare informazioni su di sé potenzialmente penalizzanti (sesso, etnia, caratteristiche fisiche) attraverso curricula anonimi e colloqui al buio. La risposta che hanno dato le invitate è stata un “no grazie”, bisogna essere più ambiziose, occorre puntare più in alto, in un cambio di mentalità e paradigma. Il punto di arrivo deve essere il venire viste nella totalità senza vedere cancellate parti di sé.

A questo punto tento una sintesi:
Adam Sandler e l’orgoglio di essere se stesso sempre, ovunque e comunque.
Alessandro Michele in modo analogo propone in un mondo apollineo il suo spirito dionisiaco, in definitiva anche qui il suo essere se stesso a qualunque costo.
Il talk di Valore D tra i diversi messaggi propone una sfida ambiziosa: non omettere nulla di sé per farsi guardare ed essere viste per chi si è nella propria totalità, in definitiva essere pienamente se stesse.

Ora ho due domande che mi girano per la testa: quanto è fattibile oggi, nella nostra cultura occidentale, con la nostra dotazione cognitiva piena di bias realizzare questo intento?
E in modo più provocatorio mi chiedo ma è davvero utile per noi mostrarci nella nostra totalità, ci fa davvero un buon servizio?
Non vorrei essere troppo pessimista ma sulle prime mi viene da dire che sia davvero un’impresa epica, la penso un po’ alla Homer Simpson quando constata che tutte le sue camicie sono diventate rosa causa lavaggio sbagliato e dice di non poterla indossare una camicia rosa al lavoro: “Non sono abbastanza popolare per essere diverso” dice a sua moglie Marge.
Quanti di noi al lavoro possono vestirsi alla Sandler senza venir giudicati negativamente?
Quanti di noi possono esprimere al 100% il proprio estro in una presentazione con un nuovo cliente, con un nuovo capo, senza godere del beneficio del dubbio sulle proprie capacità?
Quanti ad un colloquio di lavoro o in un meeting importante possono raccontarsi al 100% senza il rischio di essere fraintesi, non completamente capiti?
E non credo che sia solo per incapacità di chi sta dall’altra parte, conosco il lavoro che fanno head hunter e manager per andare al di là degli stereotipi, per praticare un buon ascolto che abbassi la voce del pregiudizio, certo c’è ancora tanto lavoro da fare ma tanto se ne sta già facendo in termini di divulgazione e studio.
La questione è che anche quando pensiamo di sapere cadiamo nelle trappole dei bias, certe cose succedono al di là della nostra consapevolezza, la nostra mente non è solo nel cervello ma in tutto il corpo (si vedano gli studi dell’embodied cognition) che reagisce nonostante le informazioni che possediamo, le regole che conosciamo, i valori in cui crediamo e così succede che il “diverso” in prima battuta è più nemico che risorsa, è più rivale che alleato, è più fatica che beneficio. Questo non deve essere un alibi per non lavorare sugli stereotipi, per non  impegnarsi in operazioni di decostruzione, o in attività di formazione, studio e divulgazione.
Tuttavia se non siamo pienamente risolti, tranquilli, sicuri del nostro valore (per dirla alla Sandler) o ancora non ci siamo guadagnati sufficiente popolarità e credibilità (per dirla alla Homer) possiamo fare un’operazione strategica senza viverla come un ripiego, con amarezza, vergogna o come un trucchetto, come mi pare siano state vissute le strategie raccontate nel talk di Valore D, ma al contrario come l’esercizio di una competenza del cui valore sono fortemente convinta.
Si tratta del passare dal paradigma dell’apparire a quello del mostrarsi adottando l’accorgimento della giusta misura e arrivare quindi a presentarsi “secondo misura”. In diverse altre occasioni ho parlato del “good looking”, diverso tempo fa in un articolo di giornale avevo trovato questo concetto, dell’economista Francesco Daveri scomparso qualche anno fa,  sul sapersi presentare, che diceva che se nella bellezza  non c’è merito il sapersi presentare è una competenza reale.
Decidere cosa raccontare di volta in volta, di contesto in contesto, di persona in persona è una competenza relazionale e sociale, ma non è solo questo è anche qualcosa che fa bene al nostro corpo e alla nostra mente.
Mi spiego meglio, poniamo che voglio essere me stessa sempre al 100%, e che posso farlo perché vivo in un mondo in cui non esiste il giudizio o meglio il pregiudizio negativo relativamente a certi aspetti, e poniamo che la mia indole  nell’abbigliamento mi porti a vestire abiti molto pratici, comodi, un po’ larghi, scarpe basse e ginniche, quello che succede è che creo nel mio corpo, per effetto dell’embodied cognition e dell’enclothed cognition, sensazioni di rilassatezza, calma, e se questo è il mio mood prevalente la mia zona di comfort mi può portare sino agli eccessi di inattività, indolenza, pigrizia, che si traduce anche in un pensiero più piatto. Diversi studi hanno dimostrato ad esempio che vestire in modo più formale stimola maggiormente il pensiero astratto rispetto all’abbigliamento più casual.
Dall’esperimento del camice bianco le ricerche sulla cognizione vestita si sono moltiplicate e hanno dato evidenza che gli abiti che indossiamo ci fanno fare cose diverse: le punte ci allertano, le curve ci rilassano, tessuti morbidi ci rendono più accoglienti, tessuti rigidi ci rendono più resistenti, colori caldi ci avvicinano, colori freddi ci allontanano.
Avere queste informazioni e usarle a mio avviso ci rende più competenti e ci può far stare meglio, se mi vesto in modo pratico e comodo personalmente sono nella mia zona di comfort ma ho constatato che giorno dopo giorno viene rinforzata la mia introversione, divento più chiusa e svogliata, quando sono triste e indosso qualcosa che per me è bello, che ha un colore con un livello di energia alto, con forme accoglienti ho sperimentato in prima persona un miglioramento dell’umore, se per un evento importante ho scelto un abito che ritengo starmi bene e che mi piace trovo che sia un alleato alla buona riuscita dell’iniziativa, se conduco un colloquio di selezione e voglio ottenere un buon risultato so che non devo indossare certi colori e certe forme (cronache di vita vissuta nel mondo hr con feedback ricevuti da candidati), questi non li reputo trucchi, sono il risultato di quello che ho imparato studiando i vestiti, sono una competenza acquisita al pari della proprietà di linguaggio, del pensiero laterale e del lavoro di gruppo.

Dunque per tornare alla domanda iniziale: quanto è possibile assecondare il proprio stile e uscire indenni dal confronto con gli standard sociali che ci vogliono belli, eleganti, con caratteristiche socialmente desiderabili?
Mi viene da dire che dipende da come stiamo a livello di habitus (assetto di personalità interna) e di diritti e privilegi acquisiti a livello di contesto.
Ritengo che sia molto fattibile uscire indenni dal confronto sociale se siamo sufficientemente attrezzati a livello di personalità. Secondo la teoria del completamento simbolico del sé se ci sentiamo incompleti, tenderemo a completarci con gli oggetti (semplificando molto: se mi sento vulnerabile mi corazzo con una giacca, se mi sento poco intelligente metto degli occhiali da studiosa, se mi sento piccola mi metto i tacchi), va da sé che se il nostro Sé è completo, il problema non sussiste, questo è quello che ci ha mostrato Adam Sandler.
Se il nostro habitus ha la stoffa dell’insicurezza, dell’autostima bassina, della sensibilità al giudizio altrui meglio andare per gradi, presentando di occasione in occasione una versione di sé tailor made, il guadagno sarà la credibilità per poter poi spendere la propria diversità e così si arriverà al punto di potersi permettere di indossare una camicia rosa tra mille bianche, questo è quello che ci ha mostrato la sfilata di Alessandro Michele. Questo risultato lo possiamo raggiungere anche ponendo attenzione a ciò che indossiamo.
Indipendentemente dal nostro habitus che potrà essere più o meno di buona qualità, se rientriamo in un target molto segnato da iniquità, pregiudizi e stereotipi, ci vogliono azioni di sistema che passano da strumenti e strategie più forti: norme, regole, obblighi, divieti, leggi sui quali purtroppo come singoli poco possiamo fare e quindi si ritorna al punto 1 e 2 per quello che possiamo fare nel nostro piccolo.
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Riccissima me

20/2/2025

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Foto
Sono nata con i capelli ricci. Si adattano alla mia personalità ed esprimono totalmente chi sono.
(Erin Wasson)

 
Fino ad ora su questo blog non avevo ancora scritto nulla sui capelli, eppure è un tema che mi ha sempre coinvolto moltissimo.
I miei capelli sono stati per lungo periodo fonte di insoddisfazione, da piccola mia mamma mi portava dalla sua parrucchiera che, ormai in pensione, in una recente occasione in cui l’ho incontrata mi ha ricordato di come fossi paziente ed educata nello stare sotto il suo phon a farmeli stirare.
Eh sì perché sono una riccia che per diverso tempo ha cercato di domare la chioma, con spazzole, piastre, e l’utilizzo di un casco casalingo (quando ero ragazzina si usava, era abbastanza diffuso nelle abitazioni), sotto il quale, quando mi asciugavo i capelli, trascorrevo un tempo abbastanza lungo e nel frattempo leggevo e studiavo.
Ecco ora che ci penso, i capelli per me sono da sempre collegati ai pensieri, allo studio, alle idee. Ancora oggi mentre li asciugo con un diffusore ne approfitto per leggere.
Il rapporto con i miei ricci è passato nel tempo da un totale rifiuto, ad una serena rassegnazione per arrivare oggi ad un inaspettato orgoglio, complice anche la cultura ed il movimento #embraceyourcurls (valorizza i tuoi ricci) che ha portato con sé molta divulgazione in merito.
 
I giudizi che in prevalenza un tempo affioravano alla mia mente riguardavano la stravaganza e il disordine.
Quando conducevo delle formazioni sui temi della comunicazione e del personal branding mi capitava spesso di citare esempi personali, uno di questi aveva a che fare con la distinzione tra assolutismi e relativizzazioni, che esemplificavo con un giudizio su di me per passare poi la palla ai partecipanti e l’opinione che esprimevo, nell’ottica della generalizzazione, era la seguente: ho sempre un’immagine disordinata che poi nell’ottica della relativizzazione diventava quando ho i capelli crespi la mia immagine è disordinata.
Succedeva che alcuni giudizi sulla mia immagine e andando anche oltre sulla mia personalità partivano proprio dai miei capelli, per effetto alone per il fatto di essere riccia mi percepivo: caotica, disordinata, meno professionale di colleghi che avevano una bella piega.
Il lato buono della medaglia era la percezione della creatività e dell’originalità.
 
È  stato di un certo sollievo, anche se magro, lo scoprire che non solo sola con questo vissuto, una ricerca del 2017 ha evidenziato una stretta correlazione tra il giudizio di avere capelli brutti (piega, taglio, etc.) e in disordine e il senso di autostima.
La ricerca è stata finanziata da Procter & Gamble in occasione del lancio di una nuova linea di prodotti  per capelli e realizzata dal Gender Communication Laboratory di Yale, diretto dalla Professoressa Marianne LaFrance.
Tra i risultati più sorprendenti è emerso che la sensazione di avere dei capelli in ordine e  di bell’aspetto era correlata al livello di competenza percepito: i soggetti che giudicavano i propri capelli scompigliati, in disordine o con un brutto styling percepivano le proprie capacità come significativamente inferiori rispetto ad altri, inoltre il solo fatto di pensarlo generava il giudizio di essere meno intelligenti.
Altra correlazione significativa rilevata è stata con il sentimento di insicurezza sociale, che si è tradotto per le donne in imbarazzo e vergogna e per gli uomini in nervosismo e asocialità.
E per concludere un'ulteriore correlazione rilevata è con l'autocritica, che si è manifestata con maggior severità e negatività nel giudizio delle proprie caratteristiche personali.
Quanto a differenze di genere, c’è da dire che l’effetto bad day hair è piuttosto democratico perche riguarda, a dispetto dei luoghi comuni, uomini e donne in egual misura
 
Come dicevo la consolazione è piuttosto magra, perché trovo davvero triste che la nostra testa subisca i condizionamenti della sua messa in piega, ma tanto è; magari conoscere come funzioniamo ci aiuta via, via a snodare come un buon pettine giudizi e pensieri ingarbugliati e arruffati.
 
 
Approfondimenti sulla ricerca di Yale: campione, metodologia, etc.  
Sono stati coinvolti 120 soggetti di età compresa tra i 17 ed i 30 anni (50% donne e altrettanti uomini).
Il campione era composto da più del 50% da popolazione occidentale, circa un 10% afroamericana, oltre un 20% asiatica.
I partecipanti sono stati suddivisi in tre gruppi, ad uno dei quali è stato chiesto di raccontare episodi nei quali giudicavano di avere capelli in disordine, un altro è stato indotto ad un pensiero negativo attraverso l’immaginazione di packaging danneggiati di prodotti scadenti, infine l’ultimo gruppo era di controllo e quindi non ha avuto alcuno stimolo.
L’intero campione è stato sottoposto a diversi test psicologici orientati a misurare l’autostima e il giudizio verso di sé, i risultati hanno sempre mostrato una maggiore correlazione del primo gruppo con un basso livello di autostima e un severo giudizio verso di sé.

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